Le acque che non dimenticheremo mai, il ricordo di Davide Tizzano
La scomparsa del campione olimpionico napoletano Davide Tizzano è una notizia struggente. Il personale ricordo del colosso partenopeo, uomo di grande valore sportivo e morale.

Ci sono nomi che, nel silenzio della memoria collettiva, continuano a increspare la superficie del tempo, nomi che non restano soltanto negli albi d’oro, ma galleggiano per sempre nella memoria collettiva. Davide Tizzano è uno di quei nomi: un uomo che ha trasformato l’acqua in destino e il remo in una lingua universale, fatta di sacrificio, forza e poesia del movimento.
Tizzano figlio del mare di Napoli
Nato a Napoli, figlio del mare e del vento, ha portato sulle spalle la tradizione del canottaggio italiano e negli occhi la determinazione di chi sa che nulla è impossibile se hai la calma di chi sa aspettare e la forza di chi sa lottare. Era l’esempio che lo sport non è solo potenza e ritmo, ma visione: quell’istante in cui il corpo smette di faticare e sembra soltanto volare sull’acqua.
Eppure, quello che ci resta di lui non sono solo le medaglie che brillano nelle teche e nei documentari. È il suo modo di raccontare lo sport: come un viaggio interiore, una scelta quotidiana, una lezione di coraggio.
Sorrisi oltre la fatica
Sono i suoi sorrisi dopo la fatica, le parole misurate, la presenza calma ma potente che ha continuato a trasmettere ai giovani, agli appassionati, a chiunque incontrasse il suo sguardo. Nella vita di un Paese ci sono campioni che accendono una luce. Tizzano l’ha accesa due volte ai Giochi, ma la sua fiamma non si è mai spenta nelle acque dei campi di regata e nei cuori di chi l’ha ammirato, e per ricordarlo basterà il rumore di un remo che taglia il lago all’alba, o la voce tremante di un ragazzo che, guardando una vecchia gara, si scopre a sognare.
Classe 1968, si allenava con alcuni tra i miei più cari amici, essendo praticamente coetaneo di chi scrive. A guardarlo in barca, sembrava che il mondo dovesse rallentare per stargli dietro con l’eco di un’emozione che non si spegne.
Due ori olimpici, divisi da ben otto anni di attesa e di lotta: Seul 1988, quando l’Italia del canottaggio riscoprì la sua voce più fiera, e Atlanta 1996, quando lui, contro la logica e le statistiche, riscrisse l’incredibile. Una carriera che ha spesso sfidato l’impossibile, che ha trasformato ogni bracciata in un atto di fede.
Era il presidente della Federazione Canottaggio
Eletto soltanto poco più di un anno fa presidente della Federazione Italiana Canottaggio, prendendo il posto di Giuseppe Abbagnale, da presidente dei Giochi del Mediterraneo, stava guidando il percorso che porterà a Taranto 2026. Non si hanno molte notizie specifiche sulla malattia che lo ha portato alla morte, notizie certe raccontano del suo ricovero nel 2023 per tre settimane nel reparto di Ematologia dell’Ospedale Cardarelli di Napoli, dove era stato sottoposto a trapianto di cellule staminali.
Amava anche la vela
Nella sua vita non solo canottaggio. Da atleta si è dedicato alla vela, scelto come grinder per il Moro di Venezia, che nel 1992 prese parte alla Coppa America, contribuendo a vincere con il suo equipaggio la competizione degli sfidanti, la Louis Vuitton Cup. L'anno successivo si laureò campione del mondo nella classe Maxi Yacht. Nel 2007 a Valencia tornò a gareggiare nella Louis Vuitton Cup, come componente dell'equipaggio di Mascalzone Latino.
Non solo grande atleta, Davide ha continuato con lustro la sua vita da dirigente, distinguendosi per spunti brillanti e nuovi format di gara. Sua la creazione della "Reggia Challenge Cup", una sfida tra gli equipaggi remieri di Oxford e Cambridge disputata nella Fontana dei Delfini della Reggia di Caserta. Molto attivo come ambientalista per la salvaguardia del patrimonio marino e fluviale italiano, direttore del centro di preparazione olimpica del Coni di Formia, incarico che ha preceduto quello alla presidenza della Federazione Italiana Canottaggio. Dal 2021 era presidente del Comitato Internazionale dei Giochi del Mediterraneo.
Ma sopra tutte le cariche, sopra tutti i trofei, Davide non è stato solo un campione. È stato un ponte tra generazioni di atleti, un faro per chi crede che nello sport non conti soltanto la vittoria, ma la dignità con cui la si insegue. La sua visione, il suo sostegno al movimento sportivo e ai giovani che vi avanzano con speranza negli occhi, restano una lezione gentile e profonda.
Oggi, se ci fermiamo un istante a guardare l’acqua che scorre, possiamo ancora vedere l’eco di quella barca che taglia l’orizzonte. Possiamo sentire il respiro affannato del talento che non si arrende. Possiamo ritrovare, nel riflesso di un lago al tramonto, il luccichio di due medaglie che continueranno a pesare nel cuore di un Paese intero.
Addio a un grande uomo
Questo colosso di 190 centimetri di altezza, ci ha insegnato che alcuni traguardi sono più lontani di quanto si creda, ma proprio per questo valgono la fatica di ogni colpo di remo. E che la gloria, quando arriva, non appartiene mai solo a chi la conquista: è un bene che si dona, e che resta.
Ecco perché, nelle storie di sport che continueremo a raccontare, ci sarà sempre anche lui, con il suo remo e il suo invincibile sorriso.
Un campione. Un compagno di viaggio.
Un uomo che ha lasciato sulle acque italiane un segno che il tempo non potrà cancellare.
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