Vergara emerge da episodi infelici, ma è una delle vittime di un sistema fallimentare
Napoli può ammirare, oggi, il talento di Antonio Vergara. Ma il classe 2003 è emerso da episodi tutt'altro che felici.

L'umiltà di un ragazzo che, pur di restare vicino a casa, alla squadra della sua città, ha accettato un ruolo marginale. Anzi, quasi invisibile. Antonio Vergara, per lunghi tratti, sembrava persino un corpo estraneo al centro sportivo di Castel Volturno. Eppure, come accade nelle grandi aziende - o nelle storie che meritano di essere raccontate - ha scalato le gerarchie, passo dopo passo.
Con una differenza sostanziale. In un contesto ideale, si sale per meritocrazia. Il classe 2003 non è arrivato alla ribalta per scelta tecnica, ma per necessità. La sua titolarità è figlia di un'emergenza: una rosa falcidiata dagli infortuni, una coperta improvvisamente corta. Se oggi è protagonista, lo si deve - paradossalmente - a episodi tutt'altro che felici. Eppure, quando l'occasione si è presentata, Antonio non si è fatto trovare impreparato. Ha dimostrato una rara capacità di problem solving, quella che distingue chi subisce le circostanze da chi le trasforma. Ha colto il dono che il destino - o la vita - gli ha messo davanti, facendolo suo.
Sarà per il legame viscerale con Napoli, sarà per l'intelligenza tattica e le qualità tecniche, ma Vergara ha mostrato come questo Napoli, oggi, sembri cucito su misura per lui. In pochi giorni ha vissuto probabilmente le settimane più intense della sua giovane carriera: il gol in Champions League contro il Chelsea - una rete di straordinaria bellezza - e quello contro la Fiorentina. Due firme di qualità, due manifesti del suo talento.
Ed è proprio qui che nasce la riflessione più amara. Perché se gli infortuni non avessero stravolto le gerarchie, Vergara sarebbe probabilmente partito altrove. Il Napoli non avrebbe mai scoperto le sue qualità e il calcio italiano avrebbe perso l'ennesimo talento senza nemmeno accorgersene.
Antonio Vergara è, in fondo, una vittima di un sistema miope e fallimentare, che troppo spesso preferisce affidarsi a carneadi stranieri piuttosto che guardare in casa propria. Fa quasi male dirlo, ma in questo caso bisogna "ringraziare" gli infortuni: senza di essi, forse, oggi non staremmo parlando di lui.
Che questa storia serva da lezione. Agli allenatori, ai dirigenti fino alla stampa. Perché il talento non va scoperto per caso: va riconosciuto, protetto e valorizzato prima che sia troppo tardi.
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