Last Banner, il security manager vicino ad Agnelli: "Pressioni dagli ultras, minacce alla Juve"

Alessandro D'Angelo, uomo di fiducia del presidente Andrea Agnelli, è stato ascoltato come testimone nel corso del processo Last Banner.
Nuovo capitolo del processo Last Banner, che ha come obiettivo quello di chiarire il rapporto tra gli ultras della Juventus ed il club bianconero. Ieri, il security manager Alessandro D'Angelo, figura vicina al presidente Andrea Agnelli, è stato ascoltato come testimone. Questi alcuni passaggi delle sue dichiarazioni riportate dal quotidiano La Stampa: "Richieste continue, pressioni costanti, un numero spropositato di messaggi e chiamate a qualsiasi ora. Non posso dire di essermi sentito minacciato personalmente, ma sapevo che se non fossi riuscito a portare a casa il risultato ci sarebbero stati gli scioperi del tifo, sanzioni a carico della società. Anche il mio lavoro ne avrebbe risentito. La pressione era tale che chiesi di essere sostituito nel ruolo di addetto ai rapporti con la tifoseria".
E nel 2018 (anno in cui il Napoli conteso lo scudetto alla Juventus), dopo che la il club cancellò - d'accordo con la Questura - alcune agevolazioni (tra cui l'ingresso gratuito per gli striscionisti, rinnovo degli abbonamenti...), D'Angelo iniziò a temere "che si sarebbe scatenata una serie di cose". Un accordo tra ultras e società, intimidazioni verso la Juve (parte civile del processo) da parte di quegli ultras con cui - sempre secondo D'Angelo - c'era un "patto di non belligeranza". Lo strumento era "cedere sulla vendita dei biglietti: non ho mai denunciato per inesperienza e paura".
Si parla anche dell'incontro avvenuto nel luglio 2019 con Geraldo "Dino" Mocciola, capo dei Drughi, il principale gruppo ultras della curva bianconera. Mocciola chiede a D'Angelo duecento biglietti per le trasferte europee attraverso un ricatto, minacciando di divulgare un dossier segreto contenente telefonate con Raffaello Bucci, ex ultrà, collaboratore dei servizi segreti e della Juventus nella gestione dei rapporti con la curva, morto nel 2016 precipitando da un viadotto: "Mi parlò della vicenda Bucci, per me sensibile e dolorosa, e mi disse che Ciccio aveva più piedi in più scarpe", riporta il Corriere di Torino. "E che se la Juve avesse denunciato gli ultrà per estorsione, loro avrebbero tirato fuori un faldone con le registrazioni delle telefonate di Bucci. Fui colpito dalla terminologia: sembrava a conoscenza dell’indagine. Alla frase 'più piedi in più scarpe', pensai al fatto che fosse un ex ultrà, un collaboratore della Juve e della polizia, e che avesse contatti con i servizi segreti. O almeno questo venne fuori sui giornali. Ho un rapporto professionale e personale con Andrea Agnelli, che conosco da 40 anni. Per 42, mio papà ha lavorato per la famiglia, come uomo di fiducia. Quella sera mi preoccupai, come se fossero venuti a cercarmi a casa. Vivevo di un compromesso: cedere sui biglietti, per quanto sapevo fosse illecito amministrativo, per garantire una partita tranquilla".







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