Vasco Rossi: "Sono finito in galera per droga, ma ero anche contento"

Il cantante Vasco Rossi ha parlato anche della gestazione delle sue canzoni: "Sono uno che scrive solo quello che sente".
Vasco Rossi, che tra qualche mese compirà 70 anni, ha rilasciato alcune dichiarazioni al venerdì di Repubblica: «Non me lo sarei mai aspettato di arrivarci. Miravo a Kurt Cobain, come genere. Mi sento un sopravvissuto, per meglio dire un supervissuto, per quantità e qualità delle esperienze. Ho avuto una vita incredibile, e me la sono cercata proprio così come è stata. Non ho fatto il commercialista, voglio dire. Come sognava mio padre. È stata mia madre a farmi cantare, le mamme fanno di te quello che vogliono, a dodici anni ero già una piccola star. Ho avuto la mia prima chitarra, era un gioco, poi è diventata un’arma, non potevo andare in giro senza, siamo diventati inseparabili. Ho cominciato a scrivere le prime canzoni, genere “cantautore”. Da lì in poi ogni esperienza, ogni incontro, ogni cosa che mi succedeva, l’ho usata per salire su un palcoscenico, l’unica cosa che mi interessava era quella. Ho usato me stesso e anche molto abusato di me stesso, ma non è che l’ho fatto così, tanto per farlo. C’era un fine molto preciso, sempre quello, ben chiaro: volevo stare sul palco per arrivare al cuore della gente. Più gente possibile».
L'adolescenza a Zocca: «In certi momenti credevo di impazzire, lassù. Per ingannare il tempo ho scritto anche una messa rock, d’accordo con il prete, non so se aveva capito bene – mi piaceva il coro delle ragazze del paese. Albachiara era una di loro. Ho fatto la cronaca della mia vita scrivendo canzoni. Mi hanno ispirato esperienze di tutti i tipi, ogni periodo della mia vita ha prodotto le sue canzoni. Le delusioni, gli schiaffi, le voglie».
La gestazione delle canzoni: «Sono uno che scrive solo quello che sente. Scrivo, e spesso capisco solamente dopo quello che ho scritto. Lascio venire la prima frase, arriva da dentro, proprio da dentro, comincia tutto da lì, poi frase dopo frase vado avanti, un pezzetto dopo l’altro. Per rimanere attaccato a quel filo sottile, per non smettere di scrivere una canzone che mi piaceva, ho fatto di tutto e ho preso di tutto, pur di rimanere sveglio e andare avanti. Non so mai se riesco ad arrivare alla fine. Poi però ci arrivo. È un miracolo, ti dico…».
Cantare è un mestiere: «Le canzoni sono come le pagnotte, devi farle una per una. Da ragazzo era solo una sfida e il primo disco è stato solo uno scherzo, poi poco a poco sono diventato un professionista, e quando dico poco a poco vuol dire che non arriva tutto e subito, bisogna sacrificarsi, sbagliare, riprovare. Io ci sono dentro da quasi cinquant’anni, nel tunnel della creatività, e niente è arrivato per conto suo, tutto mi è costato, tutto mi ha segnato. Mi fa paura, adesso, vedere che il successo arriva di colpo, tutto in una volta, non capisco nemmeno che cosa significhi, che sostanza c’è sotto. Come gli influencer: non va mica bene. Io quando ho cominciato ero convinto di essere uno di nicchia e che lo sarei stato per sempre, ero troppo strano per avere il grande successo, quello di massa. Ho cominciato a vendere molti dischi dopo parecchi anni che li facevo. Prima no, ne vendevo pochi. Ho fatto una cosa per volta, passo dopo passo, nel locale dove l’anno prima erano venute a vedermi cento persone, l’anno dopo erano mille. E il narcisismo non basta, per stare sul palco, l’ansia da prestazione è micidiale. Bevevo molto, prima dei concerti. Adesso ho smesso di bere prima, adesso bevo dopo (ride)».
Esperienze negative: «Nell’83 sono finito in galera per droga, non dovrei dirlo ma ero anche contento, mi è servito per scendere dal pero. Mi hanno arrestato il Venerdì Santo e il giudice doveva pure fare le sue vacanze di Pasqua, poveretto, e dunque è venuto a interrogarmi solo il martedì. Mi sono fatto quattro giorni di isolamento, ho rivisto tutto, ripensato tutto, sesso droga e rock’n’roll. «Dopo la galera salivo sul palco lucido. I miei si facevano tutti, io ero l’unico lucido. Mi sono accorto di cantare meglio. Certo, da lucido, proprio perché sei lucido, prima di salire sul palco la paura è tremenda. Ma passa subito, basta un attimo e pensi solo a cantare».
Gli chiedono cosa gli piace fare quando non suona.
«Ho provato con il giardinaggio ma non funziona. Ho ritrovato, questo sì, il piacere di camminare e di respirare, dopo tanti anni di anfetamina. Ci sono stati periodi che ero una comunità di recupero, io da solo. Leggo. Ti piace Han, il filosofo tedesco-coreano? A me piace molto. In pandemia ho letto Heidegger. Sai, io volevo fare il Classico e invece ho fatto la scuola tecnica, d’altra parte mio padre era camionista, bella grazia già che mi mandasse a scuola. Ma secondo me tutti dovrebbero fare il Classico o lo Scientifico, perché tutti dovrebbero studiare filosofia e sociologia».
Il vero prezzo da pagare: «La fama, quello è un prezzo vero, ed è un prezzo molto alto. La fama è una giostra dalla quale non puoi più scendere, un po’ di tregua me la prendo solo quando vado a Los Angeles, o in un paese dove nessuno mi conosce. A Bologna ho provato a uscire con una parrucca ma mi hanno sgamato subito».








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