Logo AreaNapoli.it

Saviano: "Ho pensato al suicidio, vado avanti con le gocce. Non ho mai sputtanato Napoli"

Lunga e toccante intervista del Corriere della Sera a Roberto Saviano: "Sono oppresso da un senso di solitudine, che nasce da una cosa molto grave: l'impossibilità di sbagliare".


Alessandro SepeAlessandro SepeDirettore responsabile

04/05/2025 09:22 - Interviste
Saviano: Ho pensato al suicidio, vado avanti con le gocce. Non ho mai sputtanato Napoli
Ascolta l'articolo?
Audio generato in automatico e letto da voce virtuale: potrebbe non funzionare sempre correttamente, o esserci difetti di pronuncia o intonazione.

Roberto Saviano, in una lunga intervista concessa ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, si è confesso a cuore aperto. Lo scrittore napoletano si è detto molto pentito delle sue scelte di vita. "Ho la sensazione di aver sbagliato tutto". Una sensazione che ha provato "ai funerali di mia zia Silvana, che per me è stata la seconda madre. Non erano nemmeno funerali: non c’era nessuno. I miei vivevano a Caserta. Fin dal 2006 se ne sono dovuti andare nel Nord Italia, anche per mia responsabilità. Sradicati. Non sono riusciti ad aprirsi e si sono isolati. La mia scelta l’hanno pagata altri. Io ne ho fatto attività, impegno. La mia famiglia ha solo pagato. Ha dovuto fronteggiare le insinuazioni: loro figlio, loro nipote aveva diffamato la sua terra…".

Lo scrittore spiega: "A un certo punto della mia vita pensavo di aver fatto qualcosa di talmente determinante, che mi sentivo diverso da tutti gli altri scrittori. Avevo un’ambizione ancora più delirante: non solo affermare il libro; accendere la luce sulle cose, mostrare la verità. Dare superpoteri ai lettori. Far vedere quello che la cronaca non ti mostra o ti mostra a pezzi. Avevo un’ossessione: con i libri, cambiare la realtà". "Quelli che mi accusano di aver sputtanato Napoli, dovrebbero riflettere: se l’ho sputtanata, perché da tutto il mondo ci vogliono venire? Io su Napoli ho acceso una luce. E con la luce il cambiamento è possibile. È esplosa la vita. Ma questo a me impone un prezzo altissimo".


PUBBLICITÀ

Saviano prosegue: "Io esisto per quello che rappresento, non per quello che sono. La cosa peggiore che può succedere a uno scrittore è diventare un simbolo. Diventi di sasso. Sono oppresso da un senso di solitudine, che nasce da una cosa molto grave: l’impossibilità di sbagliare. Se sei uno scrittore, devi sbagliare, devi contraddirti, devi vivere. La letteratura deve contrariare il lettore. Il lettore deve trovarmi in posizioni inaspettate. Invece per anni ho lottato con una logica militare. Non volevo lasciare neppure uno spiraglio per far attaccare la mia battaglia. E questo mi è costato molto caro".

"Vivo recluso, senza vederne la fine", spiega. "Non credevo di pagare così tanto. Certo, pensavo di pagare un prezzo, ma non così a lungo. Ma pensavo di durare poco. Nel 2006 avevo ventisei anni. Ero convinto di non arrivare ai trenta, che mi avrebbero ammazzato nel giro di cinque anni".

Quello che più manca è "la libertà di movimento, la clausura è un incubo; e lo è anche dover sempre mentire per difendere gli spazi privati. Le mie relazioni amichevoli e amorose sono compromesse da come io ho deciso di vivere la mia condizione. Qualsiasi incontro lo devo fare in casa. Se esco, con cinque carabinieri di scorta, a volte sette, non sono certo invisibile. E la visibilità è la fine di ogni gesto intimo. La tensione, tra i processi e i casini vari, è così alta che chiunque abbia a che fare con me si sente in dovere di difendermi. E tutto questo è diventato pesantissimo. Frequentarmi significa stare dalla mia parte, essere inserito nella mia bolla. La sera di Pasqua i miei parenti, i miei amici mi hanno tenuto compagnia fino alle 7 di sera. Poi sono usciti per Napoli, hanno fatto le 4 del mattino, e hanno fatto benissimo. Ma io sono dovuto restare a casa da solo. Simbolo della mia esistenza".

E ancora, le crisi di panico, "continue. Impossibile stare senza gocce. Le 5 del mattino sono il momento più difficile della giornata. Non respiri. Ti chiedi: e adesso? Dove vado? Mi sento schiacciato tra due forze. Una per cui rischio la vita; l’altra per cui non sono morto, e quindi è tutta una messinscena. La frase più stupida che sento è: “Se davvero volevano ucciderlo, l’avrebbero già fatto”. Da qui il pensiero ricorrente: la mia vita non finirà bene. Se non mi fanno del male, mi farò del male".

Il pensiero del suicidio: "Quante volte ho pensato: basta, la chiudo qui. Avevo anche deciso. La risposta del mio corpo fu una scarica di nervi. E sono crollato. Mi ero messo davanti allo specchio. E capii che la soluzione non era quella. Quando vivi tra caserme e armi, come me, puoi misurare davvero cosa significa impugnare una pistola e rivolgerla contro te stesso. Non l’ho fatto, ma da allora mi ripeto: da questa storia non ne esci"... "Dovrei sparire e basta; ma una parte di me pensa di dargliela vinta a tutti coloro che hanno cercato di fermarmi. Mi sento come quei reduci, che tornano dalla trincea e quello che sanno fare è solo sparare".

"Vorrei assumere un’altra identità. Mettermi in testa tutti i capelli possibili... Un me diverso, in giro per il mondo, pieno di capelli, con un altro nome. Ho preso la patente per la moto, ma non posso guidarla; l’ho fatto soltanto in Svizzera, l’estate scorsa, è stato bellissimo. Ora sto prendendo la patente da camionista. Sogno di fare come Erri De Luca, che partì per l’ex Jugoslavia in guerra, alla guida di un camion pieno di viveri"... "Vorrei un’altra vita. Vorrei non sentire così forte di aver buttato questa che ho", conclude.


PUBBLICITÀ

Condividi questo contenuto

Alessandro SepeAlessandro Sepe
Direttore responsabile e co-fondatore di AreaNapoli.it, è giornalista pubblicista dal 2013. Laureato in letteratura e storia italiana, è da sempre appassionato di calcio e di giornalismo sportivo.

ANNUNCI SPONSORIZZATI
Potrebbe interessarti
Guarda suGuarda su YouTube
Prossima partita del Napoli
NapoliNapoli
CremoneseCremonese
Napoli-Cremonese, i precedenti
Serie A, venerd́ 24 aprile alle 20:45