Morte Chiara Jaconis, il post di Mario Colella su "fiaccolata e senso di colpa"
"Se si pensa che quanto accaduto sia espressione di un persistente degrado, ci vuole ben altro che una fiaccolata", ha scritto il noto avvocato.

Mario Colella, avvocato napoletano, ha commentato quanto sta accadendo in città dopo la morte della giovane Chiara Jaconis, turista padovana morta dopo essere stata colpita da una statuetta venuta giù da un balcone. Queste le sue parole: "Una fiaccolata per Chiara Jaconis perché diventi "l'angelo custode dei Quartieri Spagnoli'? No, grazie. Perché se queste cose accadono ovunque - pare un episodio simile ci sia stato a Monza nei giorni scorsi (ma lì era più una questione di scarsa manutenzione) - allora non si comprende il senso della fiaccolata, il senso di colpa che c'è dietro come pure la opposta consueta filastrocca ruffiana da proloco che siamo diventati "siamo la gente più bella del mondo", fatta dire dalla stampa perfino al padre della ragazza, va da sé, comprensibilmente sconvolto sino all'incoscienza, fuori di testa. Se invece si pensa che quanto accaduto sia espressione di un persistente - alla faccia del turismo - degrado, ci vuole ben altro che una fiaccolata. La verità è che io che vivo qui da sempre, ho sempre saputo dei camorristi, dei borseggiatori e delle aggressioni nei pronto soccorso, e pure di cornicioni che si staccano e ammazzano, eh, ma non di chi si diverte a gettare statuine dai balconi, per cui di fronte a due bambini che fanno una cazzata, penso che queste cose, sì, possano succedere ovunque, che cioè ovunque ci sono bambini che giocano sui balconi e che si muovono tra oggetti pericolosi e lì maneggiano, senza che i genitori li controllino".
Ed ha concluso: "Dunque, sì, parlo di tragica fatalità, o comunque di qualcosa in ogni caso di non assimilabile ai sassi del cavalcavia di Tortona. Nessuno, come parte di un popolo, di una città, si senta in colpa, si senta in dovere di chiedere assoluzioni con fiaccolate e targhe, nessuno parimenti pensi che si possa perfino rovesciare la tragedia di una ragazza che aveva una vita davanti da vivere, affetti, aspirazioni, desideri e dolori, nella solita solfa grottesca del "siamo buoni, i più buoni", che sembra siamo chiamati a recitare a memoria e a dover ribadire ogni volta, pure nel tragico, come robot, senza poter mai essere un po' stronzi, cattivi o, come nell'occasione, paralizzati e silenti di fronte alla stronzaggine della vita".
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