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Mihajlovic, il figlio: "In Italia eredità difficile da gestire. Ecco cosa mi ha lasciato papà"


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Mihajlovic, il figlio: In Italia eredità difficile da gestire. Ecco cosa mi ha lasciato papà

Il figlio di Sinisa Mihajlovic ha parlato a distanza di un anno dalla scomparsa del compianto papà: "Essere figlio di... mi pesava in quel contesto".


Ad un anno dalla morte del padre Sinisa, Miroslav Mihajlovic, figlio del compianto ex allenatore, ha rilasciato un'intervista molto sentita al Quotidiano Nazionale: "E' stato un anno difficile. Ma andare al campo mi ha aiutato e mi aiuta molto, perché mi dà modo di staccare e allo stesso tempo di rimanere legato a lui, di tenerlo vicino. Perché scegliere di fare proprio l’allenatore? Papà mi ha insegnato a seguire le mie passioni. So di avere un cognome pesantissimo e so che sarà sempre così. Ma non mi pesa, perché amo questo lavoro. Ho provato anche la strada da calciatore, sono arrivato fino alla Primavera della Samp, poi ho capito che non faceva per me".

"Essere ‘figlio di’ mi pesava molto in quel contesto. Soprattutto in Italia è molto difficile gestire questa eredità, la gente parla tanto: se non giochi è perché sei scarso; se giochi, sei raccomandato. Devi lavorare il doppio degli altri. Ammiro Chiesa e Maldini che, nonostante il paragone con i genitori, sono arrivati in alto. Io vado avanti come Miro".

Cosa vi ha lasciato Sinisa?

"Mi ha lasciato il coraggio e i suoi valori, come lealtà, rispetto, sincerità: valori che nel calcio si stanno perdendo. Poi un insegnamento: fai quello che ti piace e fallo al cento per cento, anche oltre l’impossibile".

Come suo padre che ha continuato ad allenare il Bologna mentre lottava contro la leucemia. Quante volte gli avete chiesto di smettere? "Ci abbiamo provato, ma era impossibile convincerlo: lui voleva continuare. Il calcio era la sua vita: se non andava in campo, non era contento, era anche un modo per staccare la testa. Pensi che una settimana prima di morire, abbiamo fatto dieci chilometri di camminata, io e lui, sotto la pioggia. È iniziato a diluviare, ma lui niente. Ha detto: aspettiamo finisca e ripartiamo. Era magrissimo, tutti al posto suo sarebbero rimasti a letto. Lui, no, era un leone in gabbia. Era un testardo, ma nel modo giusto. Camminava quasi tutti i giorni".

Poi quel 16 dicembre si è dovuto fermare: "Eravamo pronti alla cosa, ma puoi essere preparato quanto vuoi: quando arriva quel momento, è dura. Ci scrivevano e ci chiamavano tutti, mentre magari in quel momento tu vorresti solo sparire. Ma ringrazio i tifosi e chi ci è stato vicino, come Deki (Dejan Stankovic, ndr): lui e papà erano fratelli, per noi è uno zio, c’è sempre stato e sempre ci sarà. Così come Ibra è stato molto carino con noi".


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Gaetano Brunetti
Giornalista pubblicista dal 2012, da sempre amante del giornalismo, in passato ha collaborato tra l'altro con Cronache di Napoli ed Il Roma. Si definisce un reporter libero, on the road.

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