Italia, un fallimento di sistema e modello sociale: la verità è nota, a chi fa comodo?
Le grandi squadre di calcio, che hanno reso grande il nostro Paese in questo sport, erano il risultato di una grande scuola naturale.

Il fallimento dell’Italia del calcio non è una novità e ieri ne è stata soltanto l’ennesima conferma. Il fallimento non è certo solo sportivo, anzi; è un fallimento di sistema, di prospettiva, finanche di modello sociale. Per capirlo meglio, guardiamo al passato. Cosa aveva reso grande l’Italia (calcistica) negli anni? Chi ha la mia età - tra i 35 e i 40 - sa che dai 10 anni eri un convocato naturale nel campionato della strada: più scarso eri sul piano tecnico e più giocavi in difesa fino a fare il portiere; i più bravi erano contesi e conosciuti anche fuori paese in una sorta di Champions League territoriale; era il tempo degli oratori e i genitori ti lasciavano dopo pranzo e ti rivedevano per cena, accorgendosi solo dalle ginocchia sbucciate che eri stato a giocare a pallone. Le grandi squadre di calcio, che hanno reso grande il nostro Paese in questo sport, erano il risultato di questa grande scuola naturale e facevano emergere i più bravi del territorio.
Ma oggi? La verità è nota a tutti, ma a chi fa comodo non trovare i rimedi? Bambini e ragazzi col capo chino sui cellulari, praticano sport di squadra solo sulla playstation e quando invece sono portati alle scuole calcio spesso sono soffocati da genitori ansiosi e facinorosi. Le grandi squadre di calcio ormai sono società quotate in borsa il cui unico obiettivo è il business (quando non stratagemmi di elusione finanziaria); le bandiere storiche che dovrebbero essere degli esempi, vendute agli storici rivali; nessun legame con il territorio, anzi capita spesso di non avere in squadra nemmeno un italiano. Perché mai una nazionale di calcio dovrebbe essere migliore del sistema che rappresenta?
Vittorio Piccolo, ingegnere e fondatore della nota Associazione Apotema
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