Il Napoli vende il suo passato per comprare il futuro. Voi lo fareste?
Dopo la decisione di ieri del Consiglio Federale, la famiglia De Laurentiis accetterà di ridurre il patrimonio netto, trasformando la ricchezza accumulata in competitività immediata, pur di non deludere tifosi e Conte?

Il caso del blocco del mercato del Napoli a Gennaio, una vera e propria discriminazione che abbiamo argomentato su queste colonne, serve a capire una cosa molto semplice che nel calcio italiano, naturalmente, si era riusciti a complicare fino al grottesco: una società può avere soldi veri, liquidità vera, patrimonio vero, e tuttavia ritrovarsi bloccata sul mercato perché l’indice che misura il rapporto tra ricavi e costo del lavoro allargato non rientra nei parametri previsti.
Blocco mercato, il cambio di rotta del Consiglio Federale
Poi, così come avevamo previsto (una conferma di una penalizzazione studiata ad hoc), appena è passato il periodo del calciomercato invernale, il Consiglio federale rinsavito ha approvato una modifica che consente di utilizzare anche le riserve di utili per coprire quell’eccedenza e quindi di superare il blocco che aveva colpito il Napoli a gennaio.
Per capirlo in maniera semplice, immaginiamo una società che abbia 100 di ricavi e 85 di costo del lavoro allargato, cioè stipendi, oneri e compensi rilevanti ai fini dell’indice; se il limite consentito, per esempio, fosse 80, quella società risulterebbe fuori parametro di 5 e quindi non potrebbe operare liberamente sul mercato, anche se magari nel patrimonio netto ha 50 o 100 di riserve accumulate negli anni precedenti.
Le riserve, dette senza eleganza accademica, sono semplicemente utili fatti negli anni passati e non distribuiti ai soci, cioè soldi che l’azienda ha guadagnato e deciso di lasciare dentro, come una sorta di salvadanaio costruito nel tempo per rafforzarsi o per essere usato quando serve.
Il punto decisivo è questo: prima quelle riserve, pur esistendo, non servivano a “correggere” l’indice, perché restavano ferme nel patrimonio netto come ricchezza accantonata e non venivano considerate ai fini del rapporto tra costi e ricavi; con la nuova impostazione, invece, una parte di quelle riserve può essere destinata a coprire lo squilibrio contestato, sicché il club dice alla Federazione, in sostanza, che sì, il costo del lavoro è più alto del limite, ma quella differenza è sostenuta da soldi già guadagnati negli anni precedenti e rimasti dentro la società.
Con la nuova logica, il club può quindi utilizzare 10 di quelle riserve per coprire lo squilibrio: non significa che spariscono i costi, non significa che gli stipendi vengono cancellati, non significa nemmeno che il club guadagna 10 in più; significa soltanto che quella differenza tra costi e ricavi non viene più considerata pericolosa perché è coperta da un salvadanaio già pieno, costruito nel tempo, e quindi ritenuta compatibile con l’equilibrio economico complessivo.
De Laurentiis intaccherà il tesoretto accumulato?
A questo punto si capisce anche a cosa rinuncia, in concreto, la famiglia De Laurentiis, sempre ammesso che scelga davvero di usare questa leva: non taglia necessariamente il proprio stipendio perché i compensi possono restare identici, né rinuncia per forza alla liquidità immediata se la società continua a generare cassa; la rinuncia vera è un’altra ed è più patrimoniale che reddituale, perché, usando le riserve per coprire l’eccedenza dell’indice, il club consuma una quota del patrimonio netto, cioè riduce quella parte di ricchezza accumulata negli anni e tenuta a presidio della solidità futura. In altri termini, intacca quel “tesoretto” costruito nel tempo, trasformando ricchezza passata in capacità di spesa futura, con l’obiettivo di non abbassare il livello della squadra e restare all’altezza delle ambizioni dei tifosi (e di Conte).
Per capirlo con un esempio normale, lontano dal calcio e dalle sue narrazioni spesso enfatiche, immaginiamo una famiglia che possiede due case, ha pochi debiti e vive con entrate mensili che garantiscono un buon equilibrio; a un certo punto il figlio chiede di avere una rendita stabile di 5.000 euro al mese, ma quel livello di spesa supera le entrate correnti della famiglia, che da sole non bastano a sostenerlo; a quel punto la famiglia ha due strade, o dice di no, oppure decide di vendere una delle due case e utilizzare quella ricchezza accumulata negli anni per finanziare quella richiesta.
La situazione del Napoli
Ecco, il Napoli oggi si trova esattamente in questa seconda situazione: per mantenere una squadra competitiva e rispondere alle aspettative, non taglia il presente, ma consuma una parte del patrimonio costruito nel passato, accettando che la propria ricchezza complessiva si riduca pur di sostenere il livello di spesa richiesto. Detto questo, invocare sacrifici è sempre facile quando a sacrificarsi deve essere il patrimonio altrui. Voi lo fareste?
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