Il Napoli di Conte nel mistero di vico Rose: da Palmieri a De Crescenzo, Russo e Basile
Conoscete la storia di Don Dolindo Ruotolo? E' l'occasione giusta per saperne di più. E magari per chiedergli una grazia.

Vico Rose a Napoli, sulla collina di San Potito, è uno luogo a sè. Se non lo conosci, difficilmente lo imbocchi per caso. Come scrive Francesco Palmieri ne "L’incantevole sirena" (Napoli misteriosa, magica, feroce – ed. Giunti) le guide giustamente lo trascurano perché chi non ci abita non ha motivo di passare. Questa sua poca notorietà, però, crolla immediatamente – soprattutto tra i fan di Luciano De Crescenzo – quando viene ricordata la scena del film “Così parlò Bellavista” in cui una vecchia bisbetica (Nunzia Fumo) affacciata al suo balcone spiega allo spazzino (Sergio Solli) come svolgere al meglio il suo lavoro per rendere quel luogo più pulito (“voi dovete venire alle 7”, oppure “non arronzate”, ma anche “voi andate troppo in fretta, qua bisogna spazzare piano piano, metro per metro”). “Vico Rose nasconde un mistero che, anche se svelato prima, non rovina la prova a chi ci va. Se si percorre la sua penombra, l’esito è una loggetta da cui a sorpresa si mira il panorama come dal balcone di una casa senza uscita. Per proseguire bisogna fare un tratto gemello e parallelo al primo, che obbliga a tornare indietro e sbocca pochi metri più su da dove s’era entrati: in via Salvatore Tommasi, non lontano dalla centrale piazza Dante. (…). Soltanto usciti ci si rende conto di avere camminato su una U e che tutto il tragitto è contenuto in un unico corpo di fabbrica. Il breve viaggio dentro un palazzo truccato da vicolo suscita la sensazione di una burla spaziale, di una sospensione temporale. Come se, una volta fuori, non si rientrasse più nell’epoca in cui si viveva fino a pochi minuti avanti, bensì in un tempo che sta prima o dopo. Lo stupore e la perdita di orientamento sono il presupposto, o l’effetto, di tutti i misteri. Non importa sapere dove si trovi Vico Rose, perché un suo equivalente ci sarà dappertutto. Però si trova a Napoli”.
E Palmieri spiega perché proprio a Napoli fu scritta la fiaba della Bella addormentata, ovvero “Sole, Luna e Talia”, come la intitolò Giambattista Basile. Poi Perrault, i fratelli Grimm e Walt Disney la modificarono. Basile – si legge – non specifica quanto duri il sonno della Bella, ma un Re che va a caccia la scopre in un palazzo abbandonato e la mette incinta di due figli: Sole e Luna. Questo perché il sonno favorisce la fecondità e saranno proprio loro a risvegliarla. Ed è come per chi entra in vico Rose, percorso inaspettato, “si fa incinto del suo stupro, del suo stesso stupore”. Il poeta Ferdinando Russo dedicò a vico Rose la sua ultima poesia completa e disse che chi entra di sera in vico Rose “o more ‘e sentimento o more acciso” (o muore per l’emozione – ma sentimento è qualcosa di più profondo e complesso – o muore ucciso). Per Russo, vico Rose è indecifrabile, non sa se è Purgatorio, Inferno o Paradiso.
In vico Rose si entra da via Salvatore Tommasi, che offre due possibilità. Una è scendere verso Piazza Dante per Scala San Potito, che durante e dopo la Seconda guerra mondiale fu teatro di suicidi tra gli intellettuali napoletani. Il romanziere Luigi Incoronato, che si uccise, lo descrisse come improvvisato ricetto di sfollati, puzze e dolori. La seconda è percorrerla in salita verso la chiesa di San Giuseppe dei Vecchi e Immacolata di Lourdes dove c’è la tomba di don Dolindo Ruotolo, veggente, che per tanti devoti è santo. Morì nel 1970 e come accadde a Padre Pio, non ebbe un rapporto sereno con la Chiesa. E proprio Padre Pio, ai fedeli che arrivavano da Napoli, diceva: “Che venite a fare da me? Voi avete Dolindo”. Prima di morire, Dolindo fece sapere che avrebbe intercesso anche dall’aldilà per chi pregasse e bussasse per tre volte alla sua tomba. “Molti lo fanno ancora oggi – scrive Palmieri – lo risvegliano dal sonno e lui riapre gli occhi su di loro. La Bella addormentata e la devozione ai santi dormienti sono le maniere con cui a Napoli si pensa che il sonno a volte non sia irreversibile, anche se i più lo chiamano “morte”. In Purgatorio, Inferno o Paradiso”.
Cosa c’entra tutto questo con il pallone? Tutto e niente. Antonio Conte è appena inciampato nel mistero di vico Rose dove non è entrato per caso. Lo ha voluto, ci si è infilato con forza come un Re a caccia di emozioni. Ed è consapevole di poter “morire” di gioia o “ucciso” dal peso. Il tecnico leccese ha scelto di svegliare una Bella addormentata attraversando le luci, le ombre e le penombre in uno spazio temporale a sé. Sapeva bene, il mister, che il vico andava pulito a fondo. Lo sta facendo. E al balcone non ha trovato una vecchia rompiscatole, ma Aurelio De Laurentiis, che ha capito e lo sta aiutando a svolgere al meglio il suo mestiere.
Il Napoli è di ritorno dal Paradiso del terzo scudetto, ha attraversato l’Inferno e lo smarrimento successivo alla sbornia ed ora è nel Purgatorio in attesa di scorgere la direzione verso nuove stelle. A cui seguiranno nuovi dolori e successive ripartenze. Con l’aiuto di Dolindo, con la poesia di Basile, con la visione Di De Crescenzo. Sempre da lì, in vico Rose.
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