Forgione: "La battaglia del Napoli come nel 1948. Gli azzurri furono condannati dai poteri forti"

Angelo Forgione, giornalista e scrittore, ha commentato la dura sentenza di Sandulli facendo riferimento ad una vicenda del lontano 1948.
Interessante riferimento storico da parte di Angelo Forgione in merito alla dura sentenza della Corte d'Appello sulla gara non disputata Juventus-Napoli. Lo scrittore partenopeo ha scritto quanto segue sul suo profilo social: "Alla luce della feroce sentenza-Sandulli, quanto conviene davvero al Napoli andare avanti nella sua "battaglia", ora che è chiaro che il suo operato, accertato o presunto, rappresenta per la FIGC il tradimento di un protocollo-salvacondotto per evitare il fallimento della Serie A? Il club di De Laurentiis dovrebbe essere deferito alla Disciplinare per la violazione del protocollo, e a quel punto la Procura sportiva dovrebbe decidere se rinviarlo a processo o se archiviare. Il rischio di indispettire il "palazzo", a questo punto, è altissimo e le conseguenze potrebbero essere ben peggiori della sconfitta a tavolino e del punto di penalizzazione. La vicenda mi riconduce a quanto accaduto nel dopoguerra, un precedente per certi versi simile e che può aiutare a capire a cosa va incontro un club che si mette contro le istituzioni e l'intero sistema di cui fa parte".
Forgione prosegue: "Era il campionato 1947-48 quando il Napoli, chiudendo al 18° posto della classifica, retrocesse in Serie B sul campo ma chiese il ripescaggio, così come fatto l’anno precedente con la Triestina per ragion di patria, visto che Trieste, dopo la guerra, rimaneva in bilico tra i territori italiani e quelli jugoslavi. Il club partenopeo, accusato di un tentativo di un tentativo di combine tuttavia ininfluente sull'esito della lotta per la salvezza, accusò a sua volta la FIGC di danni arbitrali ai suoi danni e denunciò l'esistenza di un complotto settentrionale. Perciò si rivolse al Consiglio federale, proponendo una votazione a favore o contro il ripescaggio, ma fu messo a tacere dagli organi di giustizia, che lo condannarono d'ufficio al 21° posto in classifica, l’ultimo, inibendo a vita il presidente Giuseppe Muscariello. Tra il 18° e il 21° posto non cambiava niente, formalmente, perché sempre di retrocessione si trattava, ma in questo modo gli organi federali intesero dimostrare la propria forza a un Napoli riottoso alle decisioni superiori, un club meridionale che accusava la Lega di essere governata da una “casta milanese” alla guida di un “cartello settentrionalista” che condizionava l’associazione degli arbitri, maldisposta all’assegnazione alla città di Napoli di un miliardo di lire da parte del Consiglio dei ministri per la costruzione di un nuovo monumentale stadio, quello che sarebbe stato inaugurato una decina d'anni più tardi a Fuorigrotta (il San Paolo, ndr). Il Napoli annunciò querela alla Lega per diffamazione e organizzò una riunione delle società meridionali di Serie A, Serie B e Serie C per compattare il calcio del Sud contro le società del Nord e gli organi federali, chiedendo ufficialmente (e inutilmente) lo spostamento della sede della Lega da Milano a Firenze. Giunse immediato il deferimento del club partenopeo, che rispose inoltrando alla giustizia ordinaria una querela nei confonti della Lega. La FIGC, fortemente infastidita, usò la forza e minacciò la radiazione del club per violazione della clausola compromissoria. Solo quando i dirigenti azzurri dichiararono la loro resa definitiva alle volontà superiori il Napoli fu iscritto alla Serie B. Ad acque calme restò il significato di una lezione esemplare che ben chiarì chi era più forte tra Federazione e club e chi comandava tra Nord e Sud. Un monito da non sottovalutare, tra corsi e "ricorsi" storici".







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