Due miliardi senza due diligence: il calcio raccontato da chi non conosce la finanza
Circola la notizia di una presunta offerta di due miliardi per acquistare la SSC Napoli. Facciamo chiarezza su tali voci attraverso la realtà del mondo finanziario.

Nel calcio italiano basta una voce, una cifra sparata e qualche emoji sui social per trasformare una fantasia in un’operazione finanziaria internazionale. Peccato che una cessione da miliardi non funzioni come una trattativa per un motorino usato. Ma il problema è che molti parlano di M&A come se stessero commentando il fantacalcio. C’è qualcosa di meravigliosamente italiano nel modo in cui vengono raccontate le presunte cessioni delle società calcistiche.
La narrazione della presunta offerta di due miliardi per il Napoli
Ogni volta è la stessa liturgia: “offerta clamorosa”, “sceicchi”, “fondi americani”, “cifra monstre”, “rifiuto eroico del presidente”. Mancano solo le musiche della rumba degli scugnizzi in sottofondo e una signora che urla “accattatavelle”. L’ultima narrazione riguarda Aurelio De Laurentiis e una presunta offerta da 2 miliardi di dollari per il Napoli. Rifiutata. Così, d’un colpo. Come se qualcuno avesse bussato alla porta di casa dicendo: “Buonasera, vorrei comprare il Napoli”, e lui avesse risposto: “No grazie, tengo famiglia”.
Il problema non è la cifra
Il problema è che chi commenta certe notizie dimostra di non avere la minima idea di come funzioni un’operazione di M&A. Perché una società non si compra guardando la classifica di Serie A o contando i follower su Instagram. E soprattutto non si arriva a “offerte rifiutate” senza aver prima attraversato un percorso lungo, tecnico, costosissimo e spesso estenuante.
Nel mondo reale funziona così
Prima arrivano contatti preliminari, advisor, manifestazioni di interesse non vincolanti. Poi NDA, accordi di riservatezza, accesso ai dati. Si apre una data room. Partono le verifiche legali, fiscali, finanziarie, patrimoniali. Si analizzano debiti, contenziosi, contratti sponsorizzazione, diritti TV, esposizioni fiscali, rapporti con UEFA e FIGC, monte ingaggi, scadenze, leasing, struttura societaria, posizione finanziaria netta, compliance.
Servono due diligence
E soprattutto si fa la due diligence, un atto di diligenza necessaria
La due diligence non è un dettaglio burocratico. È il cuore dell’operazione.
È il momento in cui chi compra verifica se il “prodotto” vale davvero ciò che sembra.
Perché il valore teorico di un club (ultima valutazione di Football Benchmark 1,1 mld di euro) e il prezzo realmente pagabile sono due cose profondamente diverse.
Senza due diligence non esiste praticamente nessuna offerta vera. Esistono approcci preliminari, valutazioni indicative, rumors, al massimo una manifestazione d’interesse. Ma parlare di “offerta rifiutata da 2 miliardi” senza un processo strutturato è professionalmente surreale. È un po’ come annunciare il matrimonio dopo aver visto un cuoricino su una foto-storia su Instagram. Chiunque abbia partecipato davvero a operazioni straordinarie sa che perfino per acquisire una PMI da 10milioni di fatturato servono mesi di analisi, documenti, revisioni e negoziazioni feroci su clausole apparentemente minuscole. Figuriamoci una società calcistica globale.
E invece nel calcio italiano continuiamo a raccontare le operazioni finanziarie come le trattative del barbiere.
“Ha rifiutato due miliardi”.
Ma basati su cosa?
Con quali multipli?
Con quale struttura?
Equity value o enterprise value?
Debiti inclusi?
Earn-out?
Quota totalitaria o parziale?
Vendor loan?
Struttura holding?
Quale advisor?
Quale fondo?
Quale financing?
Silenzio.
Nel racconto tossico del calcio contemporaneo basta una cifra gigantesca per far perdere lucidità a tutti. Giornalisti, tifosi, opinionisti, perfino gente che nella bio di LinkedIn scrive “business strategist” e poi confonde una valutazione preliminare con un closing. La verità è che il calcio italiano parla continuamente di finanza senza conoscere la finanza. Usa termini sofisticati come fossero cori da stadio.
Eppure basterebbe poco.
Basterebbe capire che una cessione societaria è una procedura tecnica, chirurgica, piena di verifiche e diffidenze reciproche. Persino il “rifiuto” di un’offerta spesso fa parte della negoziazione. Serve ad alzare il prezzo, a rafforzare la percezione del valore, a posizionarsi mediaticamente. Ma per comprenderlo bisognerebbe conoscere almeno le basi della finanza straordinaria, non limitarsi a fare screenshot di titoli sensazionalistici accompagnati da emoji isteriche.
Tutti vogliono parlare di finanza
Il punto è che in questo Paese molti vogliono parlare di finanza senza aver mai aperto una partita Iva. E allora ogni indiscrezione diventa epica, ogni voce diventa verità, ogni miliardo diventa leggenda.
Nel frattempo, quelli che lavorano davvero nelle operazioni di M&A sorridono in silenzio. Un sorriso simile a quello del cardiochirurgo quando sente discutere di bypass coronarico al tavolo del burraco. Perché va bene la passione calcistica. Ma trasformare una potenziale operazione finanziaria internazionale in una sceneggiata da social network resta una delle discipline in cui il nostro calcio continua ad essere campione del mondo.








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