"De Laurentiis si credeva Cavani, poi di essere Maradona". Sollazzo fa discutere
"Doveva vendere Oshimen, Anguissa, Zielinski, Rrhamani, Meret, Mario Rui e tutti quelli che era evidente non si sarebbero ripetuti", scrive il giornalista.

Boris Sollazzo, giornalista e scrittore, sulla propria pagina facebook ha commentato il delicato momento del Napoli. Queste le sue parole: "Storia di un presidente che si credeva a ragione il nostro Cavani e che a un certo punto ha creduto di essere il nostro Maradona. Aurelio De Laurentiis. Nella storia del Napoli ci sarà un pre Adl e post Adl. Nel bene e nel male. Ce ne ha dette tante, ci ha fatto vincere, non poco, senza Diego e, siamo sinceri, mai avremmo pensato di riuscirci di nuovo. Togliendoci i paccheri dalla faccia di serie C e serie B. Dicono di me che sono sempre stato a favore del pappone: affascinante che lo dicano (e lo definiscano così) tifosi che hanno prevalentemente il pezzotto per vedere le partite, che comprano maglie contraffatte e che si lamentano di biglietti o abbonamenti più alti. Gente che nel Napoli non metterebbe 100 euro a fondo perduto in un azionariato popolare fa lezioni di economia e imprenditoria a uno che ha fatto miracoli nel cinema e nello sport. A livello di risultati economici almeno. E sportivi: in un mondo più giusto ora avevi almeno due supercoppe italiane in più, almeno un'altra coppa Italia e un'Europa league, nonché uno scudetto rapinato a mano armata".
Poi ha aggiunto: "Ci disse, nel pieno della nostra indignazione, "sono io il vostro Cavani". Aveva ragione. Come Edinson è dotato di forza di volontà e determinazione feroce, come El Matador sa massimizzare risultati e soldi, come Cavani ha la capacità di sfruttare al massimo compagni (di gioco, quindi di lavoro) e di indovinare (quasi sempre) progetti a lungo termine che hanno una certa coerenza. Poi ognuno ha la sua Valencia o Donadoni, ma poco conta. Aurelio De Laurentiis fino allo scorso anno è stato un genio quasi infallibile. Anche gli errori hanno costruito l'identità di una società, di una squadra, di un percorso clamoroso: vincere rimanendo in attivo, dominare un campionato al culmine di un lungo viaggio fatto di gradualità e intelligenza. Uno che da sé e dagli altri tira e ha tirato fuori più di quanto possibile".
"Poi però il presidente - spiega Sollazzo - che si credeva Cavani sognò di essere Maradona. Pensò di aver vinto da solo - ma Diego che pur lo faceva onorava i compagni vecchi e nuovi perché sapeva che senza la loro abnegazione era la base delle sue magie - e provò a farlo ancora. Pensò di non aver bisogno di nessuno e in una senile e decadente ossessione di onnipotenza (spesso vanesiamente sbandierata ma con oculatezza raramente praticata) ha deciso di prendere il pallone e andare in porta da solo. Ma non c'erano vicino a lui Valdano che si portava via due difensori, né difensori e centrocampisti a operare blocchi furbi. No, lui ha iniziato a correre ottusamente con il pallone tra i piedi. Non ascoltando chi urlava "mia!" o "attento!". Non ricordando che lui a stento sapeva che la palla era tonda. È inciampato, si è fatto fermare al primo dribbling, si è fatto umiliare da difensori improbabili con tunnel (ah no quello è Oshimen). E ci ha riprovato. Per almeno tre o quatto volte. Ed è andata peggio. E ha dimenticato la sua natura di imprenditore ed è diventato come quei tifosi che urlavano "meritiamo di più", patetico. Ha rinnegato se stesso per lo stesso motivo per cui se ne sono andati via Sarri e Spalletti (oltre che per il loro ipocrita opportunismo) o Benitez: sulle bandiere voleva finirci lui, non i suoi giocatori o i suoi allenatori. Quando l'idolo ascendeva al cielo del popolo che si sa che capisce di pallone quanto io di moda, lui lo abbatteva. Per convenienza ma anche per vanità".
Inoltre ha proseguito: "Voleva essere il nostro Diego e quando gli A16 hanno chiesto scusa e sono stati i primi a non discuterlo, quando gli Ultras si sono messi ridicolmente in posa per farsi fotografare con lui, non ci ha capito più nulla. Ha pensato che tutto fosse possibile. Doveva invece essere il nostro Aurelio. Doveva vendere Oshimen, Anguissa, Zielinski, Rrhamani, Meret, Mario Rui e tutti quelli che era evidente non si sarebbero ripetuti (basta vedere il loro storico per capirlo), ripartire magari da Kvara e rifondare (come avrebbe dovuto fare nel dopo Sarri con Ancelotti e ora la bacheca brillava) con dirigenti di prima fascia e un allenatore come Thiago Motta (ci aveva preso anche stavolta). Successe con Benitez e Spalletti e si vinse. Persino con Sarri si rischiò lo scudetto senza Higuain (che pure poi ce lo tolse a Milano proprio contro Spalletti che fece cambi demenziali). Doveva Aurelio capire che nella storia ci finirà per aver vinto con una società sana e un progetto serio mentre gli altri si dimenavano tra fallimenti, patteggiamenti, plusvalenze a catena, squadre che si vendono e comprano da sole".
Infine ha concluso: "Doveva la sua vanità dirgli che vincere ancora scegliendo dirigenti e allenatori di livello e rifondando avrebbe dimostrato a tutti che lui poteva vincere a Napoli come altri hanno fatto a Liverpool e Manchester. Ma alla fine è diventato uguale ai tifosi più ottusi che lo criticavano. Irrazionale, ottuso, pregiudizialmente contro i suoi nemici o presunti traditori, poco lucido, incompetente. Ridicolo come un A16 a cui alzi uno scudetto in faccia. Detto questo io sto ancora festeggiando il terzo scudetto quindi non riesco a fischiare dei ragazzi che amerò sempre. Perché quel 4 maggio solo gli ingrati e gli juventini possono dimenticarlo".
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