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A Napoli è tornato Raffaele Viviani. Ma solo per poco: che peccato!

Successo al Trianon per "'O cafè 'e notte e ghiuorno" (Caffè di notte e giorno) e "'Nterr' 'a 'Mmaculatella" (Scalo marittimo), spettacolo firmato da Nello Mascia.


Luca CirilloLuca CirilloGiornalista

24/01/2024 15:04 - Altre notizie
A Napoli è tornato Raffaele Viviani. Ma solo per poco: che peccato!
© foto di AreaNapoli.it

A spettacolo (mai) finito, Nello Mascia e Giovanni Mauriello sono riemersi dai camerini come nobili dai palazzi, con un’andatura antica, i pensieri a delineare un frac di concetto e nel ritmo del passo l’austerità da Cardinali del teatro a vari Papi. Salutando il popolo presente nel foyer del Trianon - con sorriso accennato e dispensando strette di mano, ma senza esagerare - con un balzo da Marchesi (del Grillo) corredati di mantella, si sono stemperati nella notte e nei vicoli di Napoli quale direzione e congiunzione del palcoscenico il cui sipario non si è mai chiuso e mai aperto. Una fusione scenica possibile solo con Raffaele Papilluccio Viviani, ovvero colui che diede la parola ai quadri del Caravaggio napoletano. E il Mascia regista ha concesso l’ennesima prova del suo “ma-est(r)oso” rispetto dei testi con diramazione sostenibile negli esercizi di stile e nel taglio più moderno. I due atti unici “‘O cafè ‘e notte e ghiuorno” (Caffè di notte e giorno) e “‘Nterr’ ‘a ‘Mmaculatella” (Scalo marittimo), scritti dall’attore e commediografo stabiese rispettivamente nel 1919 e nel 1918, sono stati restituiti al pubblico - in una versione sublime - come dono a passata memoria con la nostalgia di un futuro già vissuto: un quadro di lontananza che cancella la retorica man mano che ti avvicini al centro. In una notte gelida, nel caffè di Don Alfonso (probabilmente simile ad uno di quelli in cui Viviani si esibiva), i soli del mondo - sprovvisti di raggi, alberi senza rami - vivono i loro drammi esistenziali nutrendosi di calde gocce di fantasia servite dal caracollante cameriere Giacomino (Massimo De Matteo), metronomo impeccabile che nei passi fa rivivere il Chaplin di Tempi Moderni. C’è lo scrittore folle (l’ispirato Matteo Mauriello che nel complesso interpreta quattro personaggi), c’è una famiglia che ha perso tutto e trova riparo lì per evitare di dormire in strada, c’è il giocatore di carte sfortunato (Antonio Fiorillo), c’è la femme fatale (l’intensa Angela De Matteo) che fa innamorare ‘o bbuono guaglione (Maurizio Murano) mentre lei è pazza d’’o malamente, c’è la donna disperata (Serena Pisa, voce che rapisce) che va a riprendersi l’uomo smarrito, ci sono i giovani travolti dai vizi. Ma c’è soprattutto una porta che si apre e si chiude ad libitum per dare un senso al vento che mischia tutto, che taglia, toglie e dà. Le luci, perfettamente aderenti al clima, sono curate da Gianluca Sacco, mentre i personaggi sono sorretti dalle coinvolgenti musiche eseguite dal vivo da Mariano Bellopede (che firma gli arrangiamenti e suona il pianoforte), con il poliedrico attore Francesco Del Gaudio alla tromba (noir e malinconica), Paolo Forlini alla batteria e Davide Afzal al basso.  E’ la Napoli che si ubriaca di luna, tenebre, stelle filanti e “suonni” vari. E’ Napoli senza sole, bellezza! 

In ‘Nterr’ ‘a ‘Mmaculatella, invece, Viviani ci riporta su un molo dive il piroscafo Washington sta per salpare alla volta dell’Argentina con il nuovo carico di disperati. Don Raffaele affronta il dramma dell’emigrazione del primo dopoguerra in una società totalmente depressa sul piano economico e sociale. A partire sono i poveri cafoni che si fanno fregare e succhiare il sangue dagli speculatori (gli scafisti in senso lato) e che rischiano quel poco che resta per trovare posto in un altro mondo. E ci sono anche i passeggeri di prima classe che sembrano scaltri – di loro l’autore si prende gioco con la scena delle salsicce rubate -  e invece finiscono nelle grinfie di quel popolo affamato che all’occorrenza diventa truffatore, sì, ma pronto a dividere con gli altri. Sui lati della scena due facce della fame con relativi paradossi: chi la vende sotto forma di panini e chi vorrebbe allontanarla; sono quelli incollati al paesaggio perché diversamente non possono fare. E si perdono nell’orizzonte quasi annunciando il “chi tene ‘o mare nun tene niente” di Pino Daniele. Nel cuore di una scena disegnata come specchio della storia e in cui il pubblico diventa acqua di porto che raccoglie i dolori e la comicità delle tragedie, Nello Mascia incastona il diamante raro, forse unico: Giovanni Mauriello, da decenni cristallino distillato delle voci di Partenope tra sete, speranza, dolore, nostalgia, desiderio, radici. Un richiamo senza tempo, un’eco che precede, che suggerisce. E che eleva a sentimento a sè il distacco lento, ma inesorabile, della nave dal porto. “Povera gente! Quante belle energie costrette a disperdersi per il mondo! Con ben altra assistenza ed iniziativa, queste forti braccia sarebbero capaci di sviluppare la ricchezza nazionale, rendendo fertili le nostre campagne”. Viviani - grandezza ‘e Ddio – è il primo commediografo a portare in scena emigranti e contadini, e quando c’è da lanciare bordate ai politici e ai potenti, “mette ‘a lengua ‘int’ô ppulito”. E porta in scena pure la consapevolezza di chi sa di non avere la forza per evitare i soprusi: “È inutile, compagni! Mettetevelo in testa! Simmo cafune? E ce fregano: gnà!”.


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Nello Mascia – coadiuvato da Roberto Giordano - mette le mani anche sul ritmo quasi rallentando (di una ‘nticchia) quello di Viviani, evidentemente per dilatare il godimento di uno spettacolo che meriterebbe repliche senza tempo, al servizio di un vasto pubblico, in giro per il mondo. Suggestive, quasi “tridimensionali”, le scene di Raffaele Di Florio, eleganti ed equilibrati i costumi di Annalisa Ciaramella, calibrate le coreografie di Ettore Squillace adagiate sul suono curato da Daniele Chessa. Applausi per tutti gli artisti in scena che hanno dato vita ad una sinfonia d’arte imperdibile tra risate, pensieri, riflessioni e canzoni, un’impetuosa cascata di emozioni che spinge a farsi travolgere perché sicuri di una caduta “morbida”: Pierluigi Iorio, Francesco Bellopede, Salvatore Caruso, Peppe Celentano, Francesco Del Gaudio, Federica Aiello, Bianca De Matteo, Antonio Maria Iorio, Luca Lubrano, Roberto Mascia, Ivano Schiavi e Federica Totaro, per ognuno di loro inchini e ringraziamenti.

Produzioni simili andrebbero non solo sostenute, ma promosse e pubblicizzate molto di più per ridare al pubblico la possibilità di affinare un palato capace di distinguere il bello dalla dannosa mediocrità de-pensante spacciata per arte. Guardiamoci intorno: Viviani non è poi così lontano e i suoi personaggi sono più vivi che mai grazie (anche) a Nello Mascia che ce li indica tra palco e vita senza soluzione di continuità. Purtroppo però “questo spettacolo meriterebbe una vita lunga, ma la logica del teatro in Italia è questa. La qualità non interessa a chi gestisce il sistema. E così questo magnifico lavoro finisce qui”, le parole dell’attore e regista napoletano. Dopo le repliche del 5-6-7-12-13-14 gennaio, non sono previste altre date. Peccato!


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Luca CirilloLuca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.

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