L'illusione del nome: la FIGC cerca un CT, ma continua a sfuggire al vero cambiamento

La FIGC sembra essere ancora in alto mare per quanto riguarda la ristrutturazione del calcio italiano in ottica nazionale maggiore.
È trascorso ormai un mese dall'elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC. Un mese che avrebbe dovuto rappresentare l'inizio di una rifondazione, dopo il punto più basso della storia recente del calcio italiano rappresentato dalla terza mancata qualificazione consecutiva a un Mondiale. E invece il primo grande dossier della nuova gestione, la nomina del commissario tecnico della Nazionale, è ancora aperto. Tuttavia, non è soltanto una questione di tempi, ma soprattutto una questione di metodo. Perché quando una federazione fatica per settimane a scegliere il proprio allenatore, significa che probabilmente non ha ancora deciso quale idea di calcio intenda perseguire. Negli ultimi giorni si sono rincorsi i nomi più prestigiosi: Antonio Conte, Roberto Mancini, fino ad arrivare all'ipotesi suggestiva — e quasi utopistica — di Pep Guardiola, contattato dalla FIGC secondo quanto confermato dallo stesso Malagò, disposta ad arrivare a proporre un ingaggio di 10 milioni di euro annui, una cifra enorme e tuttavia non sufficiente, sembrerebbe, per convincere il tecnico spagnolo. Nomi straordinari, allenatori che appartengono all'élite mondiale. Ma è proprio questa rincorsa ai grandi nomi a raccontare il paradosso del calcio italiano.
L'Italia e il "culto del salvatore"
Da troppo tempo il nostro calcio affronta ogni crisi cercando un uomo della provvidenza in un meccanismo in cui invece il commissario tecnico dovrebbe rappresentare il punto di arrivo di un sistema efficiente, non il suo surrogato. Invece, ancora una volta, si dà l'impressione di voler affidare a un singolo il compito di risolvere problemi che riguardano l'intera filiera: settore giovanile, formazione degli allenatori, sviluppo dei talenti, sostenibilità economica, valorizzazione dei calciatori italiani. Cambiare il CT senza cambiare il sistema significa semplicemente rinviare il problema. Ed è difficile immaginare che un allenatore, per quanto straordinario, possa invertire da solo una deriva che dura ormai da oltre un decennio.
IL CONFRONTO CON LA GERMANIA
Mentre l'Italia discute, riflette e valuta, la Germania ha già preso una decisione e dopo la conclusione del ciclo di Julian Nagelsmann, la Federazione tedesca ha rapidamente individuato in Jurgen Klopp il profilo più coerente con la propria idea tecnica, non necessariamente il migliore in assoluto, semplicemente quello ritenuto più funzionale a un progetto. È questa la differenza sostanziale. Le federazioni forti scelgono il tecnico che serve al progetto, quelle in difficoltà cercano invece il progetto che possa adattarsi al tecnico di turno. Sono due approcci completamente diversi.
MALDINI E LEONARDO: LA CREDIBILITÀ DEL PROGETTO SI MISURA ADESSO
L'arrivo di Paolo Maldini come Direttore Tecnico e Presidente del Club Italia, affiancato da Leonardo nel ruolo di advisor, rappresenta probabilmente la decisione più significativa assunta dalla nuova presidenza Malagò. Non soltanto per il prestigio dei due protagonisti, ma perché la loro investitura nasce con il mandato preciso di ricostruire un'identità tecnica che coinvolga l'intera filiera azzurra, dalle nazionali giovanili fino alla prima squadra. Proprio per questo motivo, la scelta del nuovo commissario tecnico assume un valore che va ben oltre la semplice individuazione dell'allenatore della Nazionale. Sarà il primo banco di prova della reale autonomia di Maldini e Leonardo. Se il loro compito è davvero quello di ridisegnare il calcio italiano, allora dovranno poter scegliere il profilo più coerente con un progetto tecnico, non necessariamente quello più mediatico. Se invece la decisione dovesse ricadere, ancora una volta, esclusivamente sui grandi nomi inseguiti per il loro peso specifico – da Conte a Mancini, fino alla suggestione Guardiola – il rischio sarebbe quello di svuotare di significato proprio la nuova governance tecnica voluta da Malagò. Maldini e Leonardo non sono stati chiamati per fare da cornice istituzionale, ma scelti per cambiare una cultura calcistica. E le culture si trasformano attraverso idee condivise, non inseguendo il fascino del curriculum più prestigioso.
L'EQUIVOCO DEL PRESTIGIO
Le candidature di Conte, Mancini o Guardiola raccontano anche un altro equivoco. Si continua a pensare che il prestigio internazionale coincida automaticamente con il cambiamento. In realtà rappresentano, ciascuno con caratteristiche differenti, il tentativo di affidarsi ancora una volta a personalità fortissime, mediaticamente spendibili e inevitabilmente molto costose. Ma la domanda dovrebbe essere un'altra: serve davvero il commissario tecnico più famoso oppure serve il commissario tecnico più adatto a ricostruire una cultura tecnica? Sono due concetti profondamente diversi, in quanto il problema dell'Italia non è soltanto vincere qualche partita in più, ma ricostruire una filiera.
L'IPOTESI BALDINI
In questo scenario esiste una candidatura che sembrerebbe non essere per nulla considerata, quando invece meriterebbe una riflessione molto più seria. Quella di Silvio Baldini. I risultati ottenuti alla guida della Nazionale Under 21 hanno mostrato una capacità rara: costruire identità, valorizzare i giovani, creare un gruppo e trasmettere principi di gioco riconoscibili. Ma il punto non sono soltanto i risultati. Baldini conosce già la generazione destinata a rappresentare il futuro della Nazionale maggiore. Ne conosce pregi, limiti, caratteristiche tecniche e soprattutto il percorso di crescita. Ripartire da lui, sulla falsa riga di quanto fatto dalla Spagna con De La Fuente, significherebbe garantire continuità tra Under 21 e Nazionale A, riducendo quella frattura che da anni accompagna il percorso dei giovani italiani. Esiste poi un aspetto che, nel dibattito pubblico, sembra quasi imbarazzante ricordare, ed è quello del costo.
In una federazione che discute della sostenibilità economica e valuta candidature dai compensi milionari, Baldini rappresenterebbe anche una scelta estremamente razionale sotto il profilo finanziario, meno costosa, certamente più coerente, probabilmente anche più coraggiosa.
IL CORAGGIO DELLE SCELTE IMPOPOLARI
Le grandi rivoluzioni raramente nascono da decisioni che raccolgono consenso unanime. Nascono dalla capacità di rompere gli automatismi che nel calcio italiano è sempre lo stesso. Davanti a ogni crisi si cerca il nome più pesante, quasi che il peso del curriculum possa compensare quello delle carenze strutturali. Eppure, lo stesso Giovanni Malagò, nel giorno del suo insediamento, aveva indicato come priorità quella di affrontare i problemi strutturali del movimento. È da quella promessa che bisogna partire.
IL PARADOSSO BALDINI
È proprio qui che la candidatura di Silvio Baldini acquista una forza simbolica. Se Maldini e Leonardo avranno davvero il compito di costruire una filiera tecnica, difficilmente potranno ignorare il lavoro svolto da Baldini con l'Under 21. Conosce i ragazzi destinati a costituire l'ossatura della Nazionale del futuro, ha dimostrato di saper creare identità di gioco e, soprattutto, rappresenta un profilo coerente con una rifondazione basata sulla continuità tecnica e sulla valorizzazione del patrimonio interno. Sarebbe una scelta meno appariscente, certamente. Ma forse proprio per questo più rivoluzionaria. Perché la vera discontinuità non consiste nell'assumere l'allenatore più costoso del mondo. Consiste nell'avere il coraggio di affidarsi all'uomo più funzionale al progetto. La scelta del commissario tecnico sarà inevitabilmente il primo vero indicatore della direzione che la nuova FIGC intende prendere. Se arriverà uno dei grandi nomi, sarà inevitabile chiedersi se sia stata davvero una scelta di sistema o l'ennesima ricerca del salvatore. Se invece si avrà il coraggio di puntare su un profilo come Baldini, il messaggio, anche a livello internazionale, sarebbe diverso: meno orientato all'immagine, più vicino alla costruzione di un'identità tecnica. La Nazionale italiana non ha bisogno soltanto di un allenatore. Ha bisogno di un'idea, e le idee, nella storia del calcio come in quella delle istituzioni, valgono sempre molto più dei nomi.








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