Italia, "siam pronti alla morte"... dei giovani
Abbiamo davvero perso dodici anni della nostra vita da tifosi? Dodici anni nei quali si sarebbe potuto costruire, migliorare, evolvere.

Abbiamo davvero perso dodici anni della nostra vita da tifosi? Dodici anni nei quali si sarebbe potuto costruire, migliorare, evolvere. In dodici anni, con fatica e sacrificio, si costruiscono palazzi. Nel calcio, che non richiede lo stesso sforzo fisico ma idee, visione e programmazione, si sarebbero potuti costruire stadi, centri sportivi, progetti. E invece tutto è rimasto fermo.
Italia con giovani che non vengono valorizzati
Oggi ci ritroviamo a fare i conti con un'Italia che non partecipa al Mondiale per la terza volta consecutiva: un dato che pesa quanto un macigno. Non è più un incidente, ma il segnale evidente di un sistema che non funziona. Il problema è strutturale e parte dalla base. I giovani non vengono valorizzati, spesso messi in secondo piano rispetto a calciatori stranieri che, nella maggior parte dei casi, non elevano il livello del campionato. In Serie A e in Nazionale si fatica a dare spazio persino a un classe 2005, mentre altrove il coraggio premia: basti guardare alla Bosnia, dove Bajraktarevic (2005) e Alajbegovic (2007) hanno messo in difficoltà la difesa azzurra con personalità e qualità.
L'Inno di Mameli va "reinterpretato"
Viene quasi da pensare che quel "siam pronti alla morte" dell'Inno di Mameli debba essere reinterpretato: siam pronti alla morte, sì, ma dei giovani.. Perché senza una riforma profonda, senza il coraggio di investire davvero sui talenti emergenti, non si andrà lontano. Ma tanto è così in tutti i contesti, dove passano avanti quelli che hanno esperienza ma non sono aggiornati o i raccomandati.
Perché Gatti, Cristante e Retegui sono in Nazionale?
E il problema, purtroppo, non si limita al settore giovanile. Le scelte della Nazionale sollevano interrogativi legittimi. Giocatori come Bryan Cristante e Federico Gatti, pur nel rispetto delle loro carriere, sono spesso oggetto di critiche da parte delle rispettive tifoserie. Quando il dissenso è così diffuso, è inevitabile chiedersi se le valutazioni siano davvero coerenti con il merito. O anche Mateo Retegui, che gioca in un campionato poco allenante come quello dell'Arabia Saudita.
Le soluzioni esistono per rivoluzionare il calcio italiano
Le soluzioni esistono, ma richiedono volontà: ridurre il numero di squadre in Serie A, limitare la presenza di stranieri nei settori giovanili, investire seriamente in infrastrutture moderne. E soprattutto, restituire centralità alla tecnica, lasciando ai giovani la libertà di esprimersi, senza ingabbiarli troppo presto in rigidità tattiche.
Al governo serve un uomo di calcio
Le basi per ripartire ci sono. Ma serve una guida credibile, qualcuno che conosca il calcio in profondità, che lo viva ogni giorno e che abbia il coraggio di cambiare davvero le cose. Fino a quel momento, continueremo a interrogarci su ciò che avremmo potuto costruire. E non abbiamo fatto.
In conclusione, Gravina si deve dimettere. Si deve dimettere perché in qualsiasi ambito, chi sbaglia, viene punito con il licenziamento. In questo caso, ci sono 8 anni di sbagli. Semplicemente, il suo operato non ha funzionato. Va accettato e lo deve accettare Gravina stesso.
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