Vinicio: "Amo Napoli, ho un appello per il sindaco. Ferlaino mi fece infuriare"

L'ex tecnico del Napoli ha parlato ad Il Mattino: "Vivo qui dall'estate del 1955, per il Napoli ho anche rinunciato al Mondiale"
Luis Vinicio, ex calciatore e tecnico del Napoli, ha parlato ad Il Mattino. Davvero interessanti le parole del brasiliano. "L'allenatore mica è uno qualsiasi: se dentro ha energia, porta quelli intorno ad avere un senso di responsabilità, a dare tutto se stesso, ma anche quello che non si ha, per ciò in cui si crede. Per questo Spalletti mi somiglia: nel 1974 feci una rivoluzione che la squadra faticò ad accettare all'inizio, ma quando lo fece creammo un Napoli che ancora tutti portano nel cuore. Come questo".
Vinicio è il padre nobile del calcio napoletano, anche se resta brasiliano nell'animo. "Ecco, vorrei che il sindaco Manfredi pensasse a me per la cittadinanza onoraria: vivo qui dall'estate del 1955 e per il Napoli e Napoli ho rinunciato persino a giocare il Mondiale in Svezia, perché chi giocava in Europa non venivano convocato dal Brasile".
Vinicio, a distanza di quasi 50 anni c'è qualcosa che le sembra abbiano in comune questo Napoli con il Napoli del calcio totale? "Lo spirito. Ovvio che i miei Clerici, Bruscolotti, Esposito non possono essere paragonati ai calciatori che ci sono adesso. Ma la coesione che c'è tra gli azzurri di adesso non sfugge a chi, come me, ha vissuto il calcio fin da piccolo. Magari il concetto di amicizia è cambiato, ma si vede che Spalletti ha creato un senso di appartenenza che mi dà l'impressione sia più forte di Osimhen, Lobotka o Kvaratskhelia. Careca ha paragonato Osimhen a Pelé, ma non è così. Pelé era unico, come pure Garrincha. Io ebbi il coraggio di cambiare, ma fu decisivo anche il senso della disciplina. In Italia tutti marcavano a uomo, non mi andava. Così passai alla zona, prima mista poi totale. Nei ritiri venivano tutti a prendere appunti. Non mi meraviglia questo cammino straordinario, non vedo l'ora che arrivi la festa per lo scudetto".
Che tipo di presidente le sembra sia De Laurentiis? "Non è né Lauro né Ferlaino. Il comandante ci chiamava solo quando c'erano le elezioni a Palazzo San Giacomo, diceva due o tre cose per ottenere qualche voto e poi basta. L'ingegnere voleva vincere a ogni costo, stava dietro a ogni cosa, non mollava su nulla. E fu quello che più mi fece arrabbiare»"
Vero, infatti minacciò di andarsene. "Nell'estate del 1975 persi le staffe: ero a Rio de Janeiro e mi chiamò al telefono per dirmi cosa pensassi di Savoldi. Certo, prendiamolo. Basta che non cediamo Clerici. Lui mi rassicurò che non lo avrebbe mai fatto. Il giorno dopo mi arrivò un giornale italiano che scriveva: Clerici al Bologna".








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