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Sonny Colbrelli: "La fabbrica è stata la mia salvezza. Da bambino ero grosso e occhialuto"

Il ciclista italiano si racconta: "Paola Pagani, la mia mental coach, dice che abbiamo fatto un lavoro di rimozione dei pensieri-spazzatura".


RedazioneRedazioneTestata giornalistica

11/10/2021 09:47 - Interviste
Sonny Colbrelli: La fabbrica è stata la mia salvezza. Da bambino ero grosso e occhialuto

Il Corriere della Sera intervista Sonny Colbrelli. Lo scorso 3 ottobre, alla prima partecipazione, ha conquistato la 118ª Parigi Roubaix. Erano 22 anni che ad un ciclista italiano non riusciva l’impresa.  Si racconta da bambino, quando aveva dieci anni: "Ero grosso, occhialuto, con due fondi di bottiglia grandi così per correggere miopia e strabismo e un ciuffo di capelli che a furia di stingerli erano diventati bianchi. Inguardabile. Ed ero un rompipalle: facevo i dispetti ai ragazzini di Casto, comunità montana della valle Sabbia, in provincia di Brescia, dove sono cresciuto, e quelli li facevano a me. Partivo in bici per fare il giro del paese, un percorso di due chilometri, ma mangiavo come se ne dovessi pedalare sessanta: cioccolata, coca cola e panini con la mortadella. E poi quel nome: Sonny in onore di Sonny Crockett, detective di “Miami Vice”. I miei erano invasati del telefilm".

Per arrivare a traguardi come quelli di oggi, ha dovuto sacrificarsi parecchio. A partire dalla dieta. "La dieta: dal terzo anno da professionista ho smesso di essere sovrappeso. Correvo con 7-8 chili di zavorra. Ricordo una volta in Qatar, con la Bardiani di Bruno Reverberi, che non è uno che te le manda a dire. A tavola mi vede bere un litro di acqua gassata. Batte i pugni sul tavolo, sbotta: sei già gonfio, che cavolo fai? Ho capito che non scherzava. Quell’inverno col cibo mi sono tenuto, l’anno dopo ho vinto sette gare. Da lì non ho più sgarrato".


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Non ha lavorato solo il corpo, ma anche sulla mente. "Paola Pagani, la mia mental coach, dice che abbiamo fatto un lavoro di rimozione dei pensieri-spazzatura. Oggi non vado, mi fermerò, non ce la faccio… Quando ne affiora uno mi dico che va tutto bene, che io là davanti con i migliori ci posso stare perché me lo merito. Vengo da una famiglia di operai, conosco il valore dei sacrifici e della fatica".

E proprio la mentalità operaia è uno dei suoi segreti. "La fabbrica è stata la mia salvezza. Prima le maniglie, dove lavorava papà Chicco, poi i tubi: alle 6 del mattino li tiravo fuori dal forno e li caricavo sui camion. Finito il turno, via in bici ad allenarmi: un paradiso, in confronto. A 17 anni ho detto a mio padre: scegli tra la tuta da operaio e quella da corridore. E lui: vai pure in bicicletta".


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