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Shevchenko: "Russia: č un crimine. Chernobyl sciolse il mio pallone, mia madre lo bruciņ"


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Pubblicato nella sezione Interviste
Shevchenko: Russia: č un crimine. Chernobyl sciolse il mio pallone, mia madre lo bruciņ

L'ex Milan parla della guerra, ma non solo: "Lobanowski faceva la formazione portandosi su una salita al 16% e ci faceva correre. Chi vomitava prima, non giocava".


L'ex campione del Milan, Andrij Shevchenko, ha rilasciato alcune dichiarazioni nel corso della sua intervista al Corriere della Sera: "I miei non hanno lasciato l’Ucraina perché è la loro patria, la loro terra, la loro casa. Semmai avrei preferito raggiungerli io. Perché avrebbero dovuto andarsene? Non è un conflitto, non è un’operazione speciale, come la vogliono vendere. È un’aggressione. Un crimine contro i civili. Nessuno ci ha voluto credere, sino all’ultimo. Non potevamo immaginare che la Russia ci avrebbe fatto questo. Ci pareva impossibile".


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"Avevo 9 anni quando esplose il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl. Portai a casa il mio pallone tutto accartocciato, quasi sciolto: era radioattivo, mia madre lo bruciò nella bacinella. Arrivarono pullman da tutta l’Urss per portare via i bambini. Io finii sul Mare d’Azov, a 1.500 chilometri da casa. In un campo estivo dove dormivamo in 7 per stanza. Nel libro "Forza gentile", racconto che degli amici della sua giovinezza soltanto uno è ancora vivo. Gli altri li hanno uccisi il crimine, la droga, l’alcol. Sono stati anni terribili, quelli della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Tanti cercavano scorciatoie che non li hanno portati da nessuna parte. Una volta anch’io fui coinvolto in una rissa, tornai a casa tutto pesto. Da allora ho orrore della violenza", ha aggiunto l'allenatore.


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Infine su Lobanovskij, detto il Colonnello, che fu suo allenatore alla Dinamo Kyiv: "Era stato nell’Armata Rossa. Ma noi lo chiamavamo con il patronimico, in segno di rispetto: Valerij Vasil’evic. Impostò un programma militare: sveglia alle 6 e 45, alle 7 corsa all’aperto anche con dieci gradi sottozero, poi palestra con varie stazioni di lavoro, tipo Via Crucis. Alle 10 colazione, quindi primo allenamento di calcio, doccia, riposino fino alle 16, poi altre due ore di allenamento. Fu il primo a studiare le partite al computer, ma considerava il dribbling fondamentale, organizzava di continuo duelli uno contro uno. La formazione era decisa dalla salita della morte. Era un tracciato con il 16% di pendenza: correvamo su e giù fino a quando qualcuno non cominciava a vomitare. Giocava chi non aveva vomitato, o comunque vomitato di meno".


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Francesco Manno
Giornalista pubblicista dal 2006, è laureato in scienze della comunicazione. Ha vinto l'Oscar Campano per la sua professionalità. Ha inoltre condotto e diretto diversi programmi radio e TV.
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