Sacchi: "Quando smisi di allenare andai dallo psicologo"
L'ex tecnico del Milan ha raccontato alcuni episodi importanti della sua carriera. Io ho sempre allenato la squadra non un singolo".

Arrigo Sacchi si è raccontato per la rubrica “Maestri di Sport” su Il Fatto Quotidiano. L'ex tecnico ha parlato del suo percorso di avvicinamento al calcio. "Una vicina di casa aveva il televisore e durante il mondiale del 1954 andavo da lei a vedere le immagini dell’Ungheria. Poi mi sarei appassionato anche del Brasile e del Real Madrid. Mi piacevano le squadre straniere perché mi davano emozioni e mi divertivano. Quelle italiane no, il calcio è il riflesso della cultura di un Paese e della sua storia e in Italia avevano trasformato questo sport, inventato come un gioco di squadra e offensivo, in uno individuale e difensivo".
Una volta diventato allenatore, racconta, ha sempre seguito il lavoro degli altri, come Radice, Bersellini, Marchioro e Vinicio. "Ero una spugna che assorbiva tutto senza rubare niente. Visionavo e miglioravo: ho sempre avuto la certezza che si potesse fare di più e meglio. Un’attitudine che mi costerà molto a livello di stress. Quando smisi di allenare andai dallo psicologo che conosceva quello che avevo fatto nel calcio e mi disse: guardi che non è normale quello che lei ha fatto in tanti anni di panchina".
Non ha mai amato allenare grandi campioni. Una cosa che aveva già detto al Festival dello Sport, qualche mese fa. "Io ho sempre allenato la squadra non un singolo. Non guardavo i piedi ma le persone. In principio fui costretto a fare così per via dei giocatori che mi davano. Zoratto e Walter Bianchi me li sono portati con me perché li stimavo soprattutto come uomini. A Parma invece avevo due calciatori che parlavano in continuazione di soldi. E allora meglio rimanere amici e andare ognuno per la propria strada. L’avidità toglie creatività e generosità".
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