Caprile: "Io, un veneto che si sente napoletano. Giocare nel Napoli è il mio sogno"
Elia Caprile, prossimo secondo portiere del Napoli, si racconta tra passato, presente ed ambizioni per il futuro.

Elia Caprile, portiere di proprietà del Napoli di ritorno dal prestito all' Empoli, è pronto a mettersi in gioco in maglia azzurra e a dimostrare ad Antonio Conte ed al suo staff di avere le qualità giuste per restare in Campania nella prossima edizione di Serie A. Reduce da un campionato positivo in Toscana, l'estremo difensore è stato indicato dal portale di statistiche sportive 'Who Scored' come miglior interprete del suo ruolo tra i giovani talento del panorama europeo: un traguardo che lascia ben sperare per il futuro e che certifica la bontà dell'investimento fatto dall'allora direttore sportivo Cristiano Giuntoli, che vide in lui un rinforzo interessante in prospettiva per la porta del Napoli, che da questa estate sarà orfana di Pierluigi Gollini, il quale non verrà riscattato al termine del prestito dall'Atalanta.
Lo stesso Caprile, veneto di nascita ma dal papà partenopeo, non vede l'ora di indossare la maglia della squadra azzurra. Lo ha confessato a Sportweek: "Come sarebbe essere allenato da Conte? Divertente... Giocare nel Napoli sarebbe il coronamento di un sogno, mio da calciatore e di papà come tifoso. Ma pure mamma, che è veronese, dice che vorrebbe vivere a Napoli".
Papà napoletano e mamma veronese, che dialetto si parla in casa?
"Di norma nessuno dei due. Ma se papà attacca col suo, vuol dire che si sta incazzando… Però chi comanda è mamma Elisabetta. È sempre così, in casa, no?".
Ti senti più veronese o napoletano?
"Cinquanta e cinquanta. Sono napoletano nella voglia di cibo: non è fame, è che, a me, mangiare piace proprio. So che non dovrei dirlo, ma sono troppo goloso. Davanti a una pizza non mi tengo. Sono veneto per puntualità e perché sono “preciso” nella testa, ma anche papà è puntuale".
La tua storia calcistica inizia nel Caldore, come mai hai scelto di giocare in porta?
"Le mie lacrime. Avevo 6 anni. Arrivo al campo e mi buttano in mezzo agli altri, a correre dietro alla palla. Io volevo stare in porta, ma gli istruttori non potevano immaginarlo, perché nessun bambino, di regola, vuole stare in porta. Così torno a casa incazzato nero e, piangendo a dirotto, annuncio: 'Io non ci torno, là!'. Ho scelto il portiere perché ho cominciato nel 2006, quando l’Italia vince il Mondiale. La prima maglietta che mio padre Luigi mi portò a casa era proprio quella di Buffon in Nazionale, color oro".
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