SuperLega, la (de)forma mentis di chi teme di arrivare quinto

Andrea Agnelli tra i principali fautori di una competizione che rischia di non partire mai. Il patron della Juventus potrebbe ritrovarsi con un pugno di mosche in mano.
La SuperLega rischia già di naufragare. Un torneo che di "super" avrebbe poco, se non i debiti contratti da chi vuole (voleva?) parteciparvi. Una ventina di squadre, tra club "fondatori", wild card (inviti) e posti d'accesso via UEFA: questo, in pillole, il format proposto (si fa per dire) da Real Madrid, Barcellona, Atletico, Juventus, Inter, Milan e via discorrendo. Tutte società indebitate fino al collo e desiderose di introitare il più possibile, libere dal controllo di federazioni e Fair Play Finanziario. "La SuperLega è il futuro e la salvezza del calcio", assicura Florentino Perez. Un futuro che, numeri alla mano (miliardi), ingrosserebbe ancor più le tasche dei ricchi e lascerebbe indietro gli altri, aumentando il gap anziché diminuirlo: anche e soprattutto in campionato. Una crisi sistemica esiste, ma non la si risolve certo eliminando la competitività. Senza promozioni, non si accresce lo spettacolo: si demolisce unicamente il valore sportivo. Volete riforme eque? Altro che SuperLega, la vera rivoluzione sarebbe, semmai, un'altra: creiamo una FFP League, il campionato di chi il Fair Play lo rispetta, al quale accedere solo se hai i conti a posto. Hai debiti? Devi saldarli. Non li hai? Vieni premiato con la possibilità di partecipare ad una competizione riservata a chi sia realmente virtuoso. E' solo una "provocazione", ovviamente: a contare dovrebbe essere sempre, a prescindere, ciò che si è ottenuto sul campo.
"CONCORSO DI GOLPE" - Nel giro di una notte, dodici club hanno dichiarato guerra al calcio che conosciamo, con l'intento di scimmiottare ciò che accade nel basket e che difficilmente potrebbe essere attuabile altrove. Un circolo elitario, quello di Florentino, al quale accedere per numero di tifosi nel mondo: un criterio che ben poco ha a che vedere con la meritocrazia. D'altronde, vi avrebbero partecipato squadre come Arsenal, Tottenham e Juventus: società che da tempo immemore non vincono una Champions League e che quest'anno rischiano seriamente di non andarci. Non a caso, tra i principali fautori c'è Andrea Agnelli, mai tanto timoroso di vedere la sua Juve al quinto posto e, dunque, esclusa dalle coppe che contano: impossibile, per il patron e gli azionisti, immaginare il danno economico e d'immagine che ne deriverebbero. Il buon Andrea, si sa, non si perde mai d'animo: e così, tra ammiccamenti e telefonate disattese, promuove e porta avanti l'idea che più di tutte potrebbe permettere ai bianconeri di restare tra le grandi (?). Poco importa dei risultati, dello sport, del "popolo", del fulcro stesso del calcio: il pubblico. Paradossalmente, si punta proprio sul bacino di utenza (virtuale) come parametro, utilizzandolo di fatto per discriminare. Chi ha più spettatori a casa o semplici simpatizzanti nel mondo è dentro, tutti gli altri fuori. Club talmente "meritevoli" da essere perennemente in rosso ed incapaci di battere Benevento, Atalanta e Porto sul campo. Per intenderci: conta più (perché fa numero) un algerino che in Francia afferma di tifare Juventus o Milan, o un cinese che sostiene l'Inter dall'altra parte dell'oceano solo perché vincevano in passato o per effetto del marketing/merchandising, senza neanche conoscerne i giocatori, di chi ha vissuto il tifo sulla propria pelle, soffrendo per anni retrocessioni, lotte e mancati scudetti. Come se il tifo fosse una mera questione di cifre e non di appartenenza, o se esistessero colori "sbagliati" ai quali affezionarsi. Uno schiaffo in faccia al calcio del popolo, insomma: l'unico che ha senso di esistere. E chi crede che il tifo televisivo valga più della passione tramandata da padre in figlio, o che una continua bagarre tra presunte "grandi" sia spettacolo, lasciatecelo dire, non parla di sport: è qualcos'altro. Fantasticando di SuperLeague nel 2013, nemmeno Aurelio De Laurentiis era riuscito a spingersi così oltre. Persino lui, tra i primi ad ipotizzare un torneo tutto nuovo, auspicava che ad accedervi fossero le prime sei dei vari campionati. Perché De Laurentiis, checché se ne dica, riconosce il merito. Ma non tutti la pensano allo stesso modo: è la (de)forma mentis di chi è abituato a vincere sempre, anche quando perde. E non vuole accettarlo.
VERGOGNA E SDEGNO - "Il fatto che a volte prevalgano i più deboli è alla base del calcio", ci ricorda saggiamente Robin Gosens. Tra le prime reazioni, la più condivisa è una sorta di rigurgito di massa, in parte avviato da personaggi come Gary Neville e condiviso, oggi, dai giocatori di Liverpool (via social) e dal Manchester City e le altre inglesi con un comunicato di rinuncia. Emblematico, tra gli altri, il pensiero di Ander Herrera del PSG: "Mi sono innamorato del calcio popolare, del calcio dei tifosi, del sogno di vedere la mia squadra del cuore competere con le squadre più grandi. No alla lega dei ricchi", ha scritto lo spagnolo in un post. Il presidente del Torino Urbano Cairo, in Italia, non le ha mandate a dire: "Juventus, Inter e Milan devono vergognarsi: il progetto Superlega non andrà in porto, ma già il pensarlo significa attentare alla vita della Lega Serie A". Il dissenso generale che ne è scaturito ha sortito effetto: non solo i Reds, i Citizens, l'Arsenal e il Tottenham: a breve anche United, Chelsea e Barcellona potrebbero abbandonare la competizione. A conti fatti, Agnelli e Perez rischiano di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano.






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