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Un pareggio con tante crepe. Il Napoli non è squadra, e non è solo una questione tattica


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Pubblicato nella sezione Campionato
Un pareggio con tante crepe. Il Napoli non è squadra, e non è solo una questione tattica
© foto di Image Photo Agency

Il Napoli ha pareggiato per 1-1 contro la Lazio, l'analisi della partita. Gara dai due volti di una squadra che continua a mostrare fragilità strutturali.


C'è un pareggio che può essere letto come un risultato positivo, soprattutto quando arriva contro la capolista del campionato. E poi c'è un pareggio che, al contrario, finisce per alimentare dubbi, interrogativi e preoccupazioni. Napoli-Lazio appartiene decisamente alla seconda categoria.


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Napoli-Lazio, partita dai due volti

L'1-1 del Diego Armando Maradona non restituisce soltanto la fotografia di una partita dai due volti, ma soprattutto quella di una squadra che continua a mostrare fragilità strutturali, difficoltà di interpretazione tattica e, aspetto forse ancora più preoccupante, una preoccupante mancanza di identità collettiva. Il Napoli ha reagito nella seconda parte della gara, ha prodotto occasioni, ha trovato maggiore fluidità nella manovra e ha persino costruito le condizioni per poter ribaltare l'inerzia dell'incontro. Ma sarebbe un errore fermarsi alla reazione, all'autorete di Pedraza e a un dato statistico che, alla fine, racconta di un expected goals sensibilmente superiore a quello della Lazio. I numeri, infatti, non sempre restituiscono la qualità delle prestazioni e, soprattutto, non spiegano tutto quello che si osserva dal vivo, guardando una partita dalla tribuna e seguendo le dinamiche che si sviluppano lontano dal pallone.


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IL PRIMO TEMPO E IL GRANDE VUOTO TRA I REPARTI

La prima frazione ha messo a nudo uno dei problemi più evidenti del Napoli: l'incapacità di mantenere distanze adeguate tra i reparti quando la squadra prova ad alzare il proprio baricentro e ad aggredire l'avversario. Il pressing alto, per essere efficace, richiede sincronismi, compattezza e partecipazione collettiva. Non basta mandare tre uomini ad aggredire la costruzione avversaria se alle loro spalle si apre una voragine tra il reparto offensivo, il centrocampo e la linea difensiva. È esattamente quello che è accaduto nel primo tempo in più di una occasione. Il Napoli portava tre uomini in pressione sull'uscita dal basso della Lazio, ma alle loro spalle si aprivano distanze enormi, con circa quaranta metri di campo a separare il primo blocco di pressione dal resto della squadra. Un vuoto che ha consentito alla formazione di Gattuso di trovare soluzioni, superare la prima pressione e attaccare gli spazi con una facilità eccessiva. Non si è trattato di un episodio isolato, ma di una criticità strutturale, evidenziatasi in diverse gare di questa stagione. Quando il pressing viene portato senza un adeguato accorciamento delle linee, diventa un invito per l'avversario a giocare alle spalle dei primi aggressori. La Lazio ha interpretato perfettamente queste situazioni e avrebbe potuto chiudere la partita già nel primo tempo, costruendo almeno due o tre occasioni da gol di grande pericolosità. È difficile parlare di organizzazione difensiva quando la squadra si allunga in questo modo. Ed è altrettanto difficile parlare di aggressività quando l'intensità dei singoli non è accompagnata da un movimento collettivo coerente.

VERGARA IN DIFFICOLTÀ E LA SUPERIORITÀ LAZIALE SULLA FASCIA

Un altro elemento emerso con particolare evidenza riguarda la collocazione di Vergara nel ruolo di quinto di destra. Una posizione che ne ha messo in evidenza i limiti soprattutto nella fase di non possesso, disagio peraltro già parso evidente nella gara di Champions League di Oporto. Nella prima frazione, un Nuno Tavares a mezzo servizio e Noslin hanno spesso lavorato in combinazione, creando situazioni di superiorità numerica che Vergara ha faticato a contenere. Il problema non era soltanto individuale, in realtà mancavano adeguati meccanismi di copertura e un sostegno tempestivo da parte dei compagni. La Lazio ha potuto così attaccare una zona particolarmente vulnerabile, costringendo il Napoli a rincorrere e a difendersi in condizioni di inferiorità posizionale. Proprio da una situazione di questo tipo, sviluppata nella transizione primaria della Lazio, è nata l'azione che ha portato al vantaggio di Frattesi. Un episodio che non può essere considerato semplicemente una disattenzione individuale, perché rappresenta la conseguenza di una difficoltà più ampia nella gestione degli equilibri difensivi.

 

IL SECONDO TEMPO: LA REAZIONE, LANG E IL CAMBIO DI EQUILIBRI

Nella ripresa il Napoli ha mostrato qualcosa di diverso. L'inversione delle posizioni di De Bruyne e McTominay ha contribuito a modificare alcuni riferimenti nella costruzione e nella gestione della manovra, consentendo alla squadra di trovare maggiore presenza e soluzioni nella metà campo avversaria. Per circa venti minuti si è visto un Napoli più intraprendente, più determinato e capace di mettere in difficoltà la Lazio. Il protagonista tecnico di questa reazione è stato senza dubbio Lang. Al netto del gesto poco edificante nei confronti del pubblico, la sua prestazione è stata probabilmente la migliore tra quelle offerte dai calciatori azzurri. Ha cercato l'uno contro uno, ha attaccato gli spazi, ha prodotto cross interessanti e ha dato alla manovra quella profondità e quella imprevedibilità che erano mancate per buona parte del primo tempo. Proprio da uno dei suoi cross è nata l'azione del pareggio, con McTominay pronto ad avventarsi sul pallone prima dell'intervento di Pedraza, che ha deviato nella propria porta. Una giocata che ha premiato l'iniziativa individuale e la capacità di Lang di creare pericoli sulla corsia offensiva. Resta, tuttavia, una domanda: perché questa intensità e questa capacità di attaccare gli spazi non si sono viste con continuità? E perché il Napoli ha avuto bisogno di andare sotto nel punteggio per trovare una reazione più convinta?

L'INFORTUNIO DI SUTALO E LE DIFFICOLTÀ DELLA LAZIO

Nella lettura della partita occorre considerare anche un episodio che ha modificato gli equilibri della formazione biancoceleste: l'uscita per infortunio di Shutalo nel primo tempo e il successivo ingresso di Diogo Leite. Da quel momento la Lazio ha incontrato maggiori difficoltà nel contenere la manovra partenopea. La capacità di mantenere le distanze e di gestire le situazioni difensive è sembrata meno efficace, offrendo al Napoli maggiori possibilità di arrivare negli ultimi trenta metri. È un elemento importante, perché aiuta a contestualizzare la crescita degli azzurri nella ripresa. Non tutto, infatti, è riconducibile a un improvviso cambio di passo del Napoli: anche la Lazio ha perso alcuni riferimenti e parte della solidità mostrata nella prima frazione, e, dopo aver sprecato diverse opportunità per chiudere la partita, la formazione biancoceleste ha progressivamente abbassato la propria aggressività, dando l'impressione di accontentarsi del risultato. Il Napoli ha trovato spazi anche per questo motivo.

HOJLUND E BEUKEMA, NOTE DOLENTI

Tra le note negative della giornata ci sono ancora una volta Hojlund e Beukema. L'attaccante danese continua a non convincere. Anche contro la Lazio ha avuto a disposizione situazioni potenzialmente favorevoli, nelle quali sarebbe servita maggiore lucidità, precisione e capacità di trasformare in occasioni concrete il lavoro della squadra. La sua prestazione lascia ancora una volta interrogativi sulla sua incisività e sulla capacità di essere un riferimento offensivo realmente determinante. Ancora più preoccupante, sul piano dell'organizzazione difensiva, la prova di Beukema. Schierato nel ruolo di braccetto destro della difesa a tre, ha evidenziato difficoltà nella lettura delle situazioni, nella gestione degli spazi e nell'interpretazione delle uscite difensive. Un ruolo che richiede tempi, aggressività e capacità di copertura che, almeno in questa occasione, non sono sembrati nelle sue corde. Non si tratta di mettere in discussione il valore assoluto del calciatore, ma di riconoscere che l'adattamento a una posizione così delicata richiede caratteristiche e automatismi che oggi non sembrano sufficientemente consolidati.

IL VERO PROBLEMA: UNA SQUADRA CHE NON SEMBRA UN GRUPPO

Ed è qui che l'analisi tecnica lascia spazio a una riflessione più ampia. Il Napoli non sembra soltanto una squadra in difficoltà tattica. Dà anche l'impressione di essere un gruppo che fatica a riconoscersi in un progetto comune, nel quale le iniziative individuali sembrano talvolta prevalere sui comportamenti collettivi. La sensazione, osservando la partita, è quella di una squadra che non sempre segue lo stesso spartito, che non riesce a mantenere continuità di rendimento e che alterna momenti di reazione a lunghi passaggi di disorganizzazione. Soprattutto emerge un interrogativo che non può essere eluso: questo Napoli segue davvero il proprio allenatore? Non è possibile stabilire dall'esterno cosa accada nello spogliatoio, né sarebbe corretto trasformare una sensazione in una certezza. Ma quando una squadra continua a mostrare distanze eccessive tra i reparti, ritardi nelle coperture, scarsa sincronizzazione nel pressing e una discontinuità così marcata nell'atteggiamento, è inevitabile interrogarsi anche sulla qualità della leadership tecnica e sulla capacità del gruppo di recepire le indicazioni dell'allenatore. Gli assenti rappresentano certamente un'attenuante. Ma non possono diventare una spiegazione universale. Le difficoltà di un sistema di gioco non dipendono soltanto dagli interpreti mancanti: dipendono anche dalla capacità di adattare principi, distanze e compiti alle caratteristiche dei calciatori disponibili.

UN PAREGGIO CHE NON RISOLVE NULLA

Il dato finale degli expected goals premia nettamente il Napoli, che ha anche vinto più duelli della Lazio, ma il dato va interpretato alla luce dell'andamento della gara e della progressiva rinuncia dei biancocelesti a cercare con convinzione il colpo del ko. Il risultato, dunque, non può essere utilizzato per certificare una ritrovata competitività del Napoli. Un pareggio contro la capolista può fare classifica, ma non cancella le difficoltà emerse. Anzi, per certi versi le rende ancora più evidenti. Perché il Napoli ha mostrato di poter produrre calcio, soprattutto quando riesce a trovare ampiezza e qualità nell'ultimo terzo di campo. Ma ha anche confermato di essere una squadra vulnerabile quando deve difendere in avanti, incapace di mantenere con continuità le distanze tra i reparti e troppo dipendente dalle iniziative dei singoli. Lang ha acceso la luce, McTominay ha provato a dare sostanza alla reazione, ma non basta una buona mezz'ora per nascondere i problemi di una squadra che sembra ancora alla ricerca di se stessa.

Il punto, allora, non è stabilire se l'1-1 sia un risultato giusto o meno. Il punto è capire dove voglia andare questo Napoli, quale identità intenda costruire e soprattutto se esista ancora una reale sintonia tra squadra, allenatore e società dal momento che la sensazione netta è quella di un insieme di individualità che non riesce a diventare squadra. E quando questa sensazione diventa ricorrente, il risultato di una singola partita passa inevitabilmente in secondo piano. Il Napoli esce, dunque, dal Maradona con un punto in più, ma con molte certezze in meno. E soprattutto con una domanda che pesa più del risultato: siamo ancora davanti a una squadra che crede nel proprio allenatore e nel proprio progetto, oppure stiamo assistendo a un gruppo che ha smarrito la propria identità o forse non l’ha mai trovata?


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Alessandro D'Aria
Match Analyst, Football Data Analyst e Professional Football Scouter, certificato ed abilitato alla professione. Giornalista pubblicista iscritto all'ODG Campania, a fine anni '90 ha seguito da vicino il Napoli, sia Primavera che prima squadra.
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