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Napoli, è il tempo delle responsabilità: non basta più prendersela con Allegri


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Pubblicato nella sezione Campionato
Napoli, è il tempo delle responsabilità: non basta più prendersela con Allegri

Il Napoli sta attraversando un momento molto difficile, sarebbe riduttivo e banale trovare solo in Massimiliano Allegri l'unico colpevole di questo brutto avvio di stagione.


La sconfitta del Napoli contro la Juventus, la sesta in tredici partite tra campionato e Champions League, apre una questione che va oltre gli infortuni, le metriche e le scelte tattiche. Perché il calcio, prima ancora di essere un sistema di numeri e princìpi di gioco, resta una questione di uomini, e la disponibilità a combattere non si può delegare all'allenatore.


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Il momento del Napoli è difficile

C'è un momento, nella stagione di una squadra, in cui le spiegazioni cominciano a perdere consistenza. Gli infortuni, le difficoltà nella costruzione del gioco, gli equilibri tattici, le letture dell'allenatore, persino le statistiche avanzate: tutto contribuisce a comporre il quadro, ma nulla sembra più sufficiente a giustificare ciò che accade sul terreno di gioco. Il Napoli che esce sconfitto anche dall'Allianz Stadium, battuto 2-0 dalla Juventus, arriva alla sesta sconfitta in tredici partite tra campionato e Champions League. Un bilancio che impone una riflessione profonda, soprattutto perché non riguarda soltanto il rendimento tecnico e tattico della squadra, ma investe una dimensione più difficile da decifrare: quella caratteriale. Naturalmente, sarebbe superficiale ignorare il peso delle assenze, le difficoltà di continuità e le problematiche strutturali emerse nel corso della stagione. Sono elementi reali, che incidono sulla qualità delle prestazioni e sulle possibilità di un allenatore di costruire una squadra riconoscibile. Ma esiste un altro dato, meno appariscente e certamente meno scientifico, che merita di essere preso in considerazione.


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IN CAMPO, ALLA FINE, CI VANNO I CALCIATORI

E l'undici iniziale schierato da Allegri contro la Juventus, almeno sulla carta, possedeva valori tecnici assolutamente rilevanti. Non si trattava di una formazione priva di qualità, né di un gruppo composto esclusivamente da seconde linee costrette a interpretare una partita fuori dalla propria dimensione. C'erano giocatori di esperienza, personalità e spessore tecnico, elementi che avrebbero dovuto garantire almeno una determinata soglia di competitività. Eppure, ancora una volta, la sensazione è stata quella di una squadra incapace di esprimere una risposta collettiva all'altezza delle circostanze. Qui si apre il vero interrogativo: questo Napoli ha ancora voglia di combattere, di competere, di assumersi il peso delle proprie responsabilità? È una domanda scomoda, perché non trova risposta in un grafico, in un indice di pressione o nella percentuale di possesso. Non esiste una metrica capace di quantificare con precisione l'orgoglio, la determinazione, la disponibilità al sacrificio o la fame agonistica. Sono componenti che appartengono alla sfera dell'osservazione empirica, ma che nel calcio di alto livello fanno spesso la differenza tra una squadra che attraversa un momento difficile e una squadra che progressivamente smarrisce la propria identità competitiva.

Non si pretende che il Napoli vinca ogni partita, né che possa cancellare con la volontà i limiti tecnici e le difficoltà di organico. Si pretende, però, che una squadra con questo patrimonio di qualità mostri una reazione, una tensione agonistica, una disponibilità al duello che non dipendano esclusivamente dall'andamento della partita o dalla bontà delle soluzioni tattiche. Perdere fa parte dello sport. Perdere senza riuscire a trasmettere la sensazione di voler realmente contendere il risultato all'avversario è qualcosa di diverso.

LA PANCHINA COME CAPRO ESPIATORIO

In queste circostanze, individuare nello staff tecnico il principale responsabile diventa quasi un esercizio automatico. L'allenatore è il riferimento più visibile, colui che decide il sistema di gioco, seleziona gli interpreti, prepara la partita e gestisce le sostituzioni. È dunque inevitabile che finisca al centro delle critiche. Ma trasformare Allegri nell'unico destinatario delle responsabilità sarebbe una semplificazione tanto comoda quanto incompleta e miope. Un allenatore può sbagliare una formazione, interpretare male una partita, scegliere una strategia non adeguata o non riuscire a valorizzare le caratteristiche dei propri calciatori. Sono responsabilità professionali precise, che devono essere analizzate e giudicate. Ma non può essere chiamato a rispondere individualmente di ogni duello perso, di ogni contrasto affrontato con poca convinzione, di ogni rincorsa mancata o di ogni segnale di passività collettiva. La disponibilità mentale e agonistica dei calciatori non è un elemento che si possa introdurre in uno schema tattico. Si può allenare, sollecitare, alimentare attraverso la leadership e la gestione del gruppo, ma deve trovare una corrispondenza concreta nella volontà individuale di ciascun giocatore. Scaricare tutto sulla guida tecnica significa, in fondo, deresponsabilizzare chi scende in campo. E sarebbe un errore particolarmente grave per una squadra che dispone di un patrimonio tecnico importante e che, proprio per questo, dovrebbe essere chiamata a pretendere qualcosa in più da sé stessa.

IL TALENTO NON È SUFFICIENTE

Il calcio contemporaneo ha progressivamente abituato tutti a leggere le prestazioni attraverso numeri, indicatori e modelli di analisi. xG, PPDA, Field Tilt, expected points, progressioni e occupazione degli spazi sono strumenti preziosi per comprendere le dinamiche di una partita. Ma nessun modello statistico può spiegare completamente perché una squadra reagisca a uno svantaggio oppure si lasci progressivamente trascinare dagli eventi. Nessun algoritmo può misurare fino in fondo la volontà di un calciatore di assumersi una responsabilità quando la partita diventa complicata. La qualità tecnica rappresenta una condizione necessaria, non una garanzia di competitività, perché il talento, senza applicazione, personalità e spirito di sacrificio, rischia di diventare una risorsa incompiuta. Il Napoli ha bisogno di ritrovare non soltanto una migliore organizzazione, ma anche una propria dimensione agonistica. Ha bisogno di calciatori capaci di interpretare le difficoltà come una sfida, non come un alibi. Di leader che sappiano trascinare il gruppo nei momenti complicati. Di giocatori che comprendano come indossare questa maglia comporti responsabilità che vanno oltre il proprio rendimento individuale.

LA DOMANDA CHE NON PUÒ ESSERE PIÙ RIMANDATA

La sesta sconfitta in tredici partite non è soltanto un numero negativo da aggiungere a una stagione complicata. È un campanello d'allarme che impone di allargare il campo delle responsabilità. Allegri dovrà certamente interrogarsi sulle proprie scelte, sul lavoro quotidiano e sulla capacità di restituire alla squadra un'identità riconoscibile. Ma la stessa disponibilità all'autocritica deve appartenere ai calciatori, soprattutto a quelli che, per esperienza e qualità, dovrebbero rappresentare i punti di riferimento del gruppo. Perché non tutto può essere ricondotto alla lavagna tattica, alla preparazione atletica o alle assenze. Esiste una componente umana che non può essere continuamente rimossa dall'analisi, soprattutto quando i risultati raccontano una difficoltà ormai ricorrente. La panchina è il bersaglio più facile. Il campo, invece, è il luogo in cui ciascuno deve dimostrare di meritare la maglia che indossa. E forse, prima ancora di cercare l'ennesima soluzione tattica o individuare un nuovo responsabile, il Napoli dovrebbe porsi una domanda molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: quanto desidera davvero tornare a essere una squadra capace di lottare? Il talento può vincere le partite, l'organizzazione può costruire una squadra, ma senza carattere e volontà di competere nessun progetto tecnico può reggere a lungo.


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Alessandro D'Aria
Match Analyst, Football Data Analyst e Professional Football Scouter, certificato ed abilitato alla professione. Giornalista pubblicista iscritto all'ODG Campania, a fine anni '90 ha seguito da vicino il Napoli, sia Primavera che prima squadra.
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