La sentenza del Franchi: il Napoli c'è, ma davanti mancano cattiveria e gol

L'analisi della partita del Napoli a Firenze, gli azzurri mostrano buona personalità, ma manca cattiveria e fame in zona gol.
Buon calcio, controllo della partita e una chiara identità. Ma negli ultimi venti metri il Napoli si perde. Hojlund resta troppo ai margini, De Bruyne non trova continuità e Anguissa, entrato nel finale, non riesce a cambiare passo alla squadra. C'è un Napoli che cresce e un Napoli che ancora non riesce a completarsi. Sono le due facce dell'1-1 del Franchi, una partita che gli azzurri hanno interpretato per lunghi tratti con personalità, qualità e una discreta padronanza dei meccanismi di possesso, ma che non sono riusciti a trasformare in una vittoria per una difficoltà ormai abbastanza evidente: l'ultimo passaggio, quello che separa una buona azione da una vera occasione da gol. Il Napoli non è mancato nel gioco, è mancato nella sua traduzione offensiva.
Il Napoli che si vede a Firenze
Allegri parte con una struttura che sulla carta è un 4-2-3-1: Lobotka e Gilmour davanti alla difesa, De Bruyne alle spalle di Hojlund, Politano e Lang larghi. Ma, come spesso accade, la fotografia iniziale non racconta completamente le funzioni. In possesso il Napoli tende ad assumere una struttura più aggressiva, con gli esterni che danno ampiezza, De Bruyne che cerca di occupare il corridoio centrale e i terzini pronti ad accompagnare. Lobotka governa la prima costruzione, Gilmour offre pulizia e connessioni, mentre la squadra cerca di attirare la Fiorentina per poi attaccare gli spazi. È un Napoli che sa cosa vuole fare e questo, rispetto ad alcune prestazioni precedenti, è probabilmente il dato più incoraggiante. Il vantaggio di Gilmour, arrivato al 23' sugli sviluppi di un calcio d'angolo preparato, certifica anche la qualità del lavoro sulle palle inattive. Ma quando il Napoli deve costruire la propria superiorità attraverso il gioco aperto, emerge il limite.
LA QUALITÀ SI PERDE NELL'ULTIMO TERZO
La squadra arriva, questo è il punto. Arriva sulle fasce, arriva tra le linee, arriva nella metà campo della Fiorentina, ma troppo spesso non trova il gesto successivo. Manca la verticalizzazione che attacca il difensore alle sue spalle. Manca il passaggio rasoterra dentro l'area. Manca il movimento coordinato che apra il corridoio centrale. Manca, soprattutto, una maggiore frequenza di situazioni nelle quali il portatore possa giocare il pallone in avanti con un vantaggio già creato. È come se il Napoli costruisse bene la frase, ma non riuscisse sempre a trovare il punto finale e nel calcio, soprattutto contro una squadra che sa difendersi in blocco medio, questa differenza pesa. La Fiorentina pareggia al 51' con Jimenez, la cui conclusione viene deviata da Rafa Marín e inganna Milinkovic-Savic. È una transizione nata anche da una gestione non impeccabile del possesso azzurro. Il Napoli, però, non perde il controllo emotivo della partita ed è un segnale importante.
HOJLUND, L'IMPALPABILE
Il capitolo più delicato riguarda Rasmus Hojlund. Il danese ha giocato una partita troppo marginale rispetto alle esigenze del sistema offensivo, e il problema non è soltanto che non abbia segnato, ma che non sia riuscito a essere un riferimento costante. Un centravanti può avere una partita positiva anche con pochi palloni giocabili, se riesce a fissare i centrali, attaccare la profondità, aprire spazi per gli esterni, vincere duelli, far risalire la squadra. A Firenze Hojlund ha lasciato poche tracce. L'azione del primo tempo nella quale riesce ad attaccare la profondità e viene fermato da Dragusin è una delle rare situazioni nelle quali il danese riesce a esprimere pienamente la propria caratteristica principale. Per il resto, il Napoli ha spesso giocato come se il suo centravanti fosse un riferimento intermittente, ed è un problema tattico prima ancora che individuale. Perché se Hojlund non viene coinvolto, De Bruyne ha meno linee di passaggio verticali; gli esterni ricevono meno combinazioni interne; le mezzali hanno meno possibilità di attaccare l'area. Il sistema si allarga, ma perde profondità centrale.
DE BRUYNE, UN'OMBRA DELLA SUA QUALITÀ
Anche De Bruyne non è riuscito a incidere come ci si aspetterebbe da un giocatore della sua dimensione. La sua posizione di trequartista avrebbe dovuto rappresentare una delle chiavi della partita: ricevere alle spalle dei mediani viola, girarsi, cercare Hojlund o gli inserimenti degli esterni. Invece la sua presenza è stata discontinua, non una partita negativa in senso assoluto, ma certamente non una partita da De Bruyne. Il belga ha avuto qualità, ma non ha imposto il ritmo della rifinitura. E c'è un episodio significativo: al 64' una sua perdita di possesso consente alla Fiorentina di sviluppare una transizione pericolosa. Il problema, dunque, non è chiedergli di fare tutto, ma di essere decisivo nei momenti in cui il Napoli ha bisogno di rompere la struttura avversaria. Quando De Bruyne riceve fronte alla porta e può giocare di prima intenzione, il Napoli cambia immediatamente livello. A Firenze quei momenti sono stati troppo pochi.
ANGUISSA: UN CAMBIO CHE NON PRODUCE L'EFFETTO ATTESO
L'ingresso di Anguissa rappresentava una delle ultime possibilità di modificare la struttura della partita. Allegri lo aveva recuperato per la panchina dopo una settimana di lavoro differenziato, quindi il suo ingresso era inevitabilmente condizionato dalla condizione fisica. Il suo compito era abbastanza chiaro: aumentare fisicità e capacità di conduzione, rompere una linea con la progressione, attaccare gli spazi intermedi e dare maggiore peso alla seconda palla. L'effetto, però, è stato limitato e anzi Anguissa non è riuscito a imprimere quella variazione di ritmo che il Napoli cercava nel finale. Non è necessariamente un giudizio sulla sua condizione generale: il contesto di utilizzo era particolare. Ma sul piano della prestazione, il suo ingresso non ha spostato gli equilibri.
IL PARADOSSO DEL FINALE
La parte più interessante arriva proprio negli ultimi venti minuti, quando il Napoli prende campo e la Fiorentina si abbassa. Gli azzurri attaccano con maggiore continuità e De Gea diventa protagonista: prima respinge una conclusione ravvicinata di Neres, poi salva sul colpo di testa di Favasuli. Questo significa che il Napoli le occasioni per vincere le ha create, non a caso chiude la gara con un xG di 2,13 contro 1,06 dei viola, ma le ha create soprattutto quando la partita era già entrata nella sua fase più aperta. Il dato tattico è quindi molto interessante: la produzione offensiva esiste, ma non è ancora sufficientemente continua e strutturata. Il Napoli non deve semplicemente creare di più, deve creare meglio.
LA SENTENZA DEL FRANCHI
Il punto di Firenze non racconta una squadra in crisi. Tutt’altro, racconta una squadra che sta costruendo una propria identità ma che deve ancora completare il processo. Il Napoli ha mostrato possesso, controllo territoriale, qualità nella costruzione e capacità di reagire. Ha però mostrato anche poca presenza del centravanti, rifinitura intermittente e una conversione insufficiente del dominio territoriale in occasioni nitide. Hojlund deve diventare più presente, De Bruyne deve essere più continuo, Anguissa deve ritrovare la condizione per poter incidere realmente quando entra. E Allegri dovrà lavorare soprattutto su una cosa: come trasformare la superiorità posizionale in superiorità numerica e qualitativa dentro l'area. Perché il Napoli di Firenze non ha bisogno di cambiare pelle, ha bisogno di completarla. Il gioco c'è, la struttura anche. Manca ancora quella ferocia tecnica che permette a una squadra di passare dal “stiamo giocando bene” al “questa partita la vinciamo”. Ed è proprio lì, nell'ultimo passaggio, nell'ultimo movimento, nell'ultima scelta, che oggi passa la distanza tra un buon Napoli e un Napoli davvero dominante.








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