La resa di Calzona: una raccapricciante confessione che fa male. Perché non si è dimesso?
Calzona ha spiazzato tutti dopo il pareggio di Firenze. Il quadro era chiaro, ma nessuno aveva fatto emergere la gravità del problema in questo modo.

In Italia, ormai da una vita, non si dimette più nessuno. Maurizio Sarri è una delle pochissime eccezioni: il tecnico toscano ha deciso di rassegnare le sue irrevocabili dimissioni da allenatore della Lazio per sopravvenuta incompatibilità con la squadra, che ormai non lo seguiva più. A Napoli, invece, negli ultimi anni, ci sono stati momenti in cui si pensava a possibili dimissioni degli allenatori. In principio fu Benitez, che al termine del primo anno fu trattenuto con la forza del contratto, ma lui voleva andare via. Lo spagnolo però non si dimise. Poi Carlo Ancelotti, che nonostante un mercato deludente nell'estate del suo secondo anno di gestione, preferì andare avanti lo stesso con i risultati che conosciamo. Avrebbe fatto meglio a dimettersi. Inoltre Luciano Spalletti, che per fortuna non si è dimesso alla fine della prima stagione: non mancavano i motivi per farlo viste le contestazioni e qualche acceso e fisiologico confronto con il club. Un paradosso considerando che Spalletti aveva riportato il Napoli in Champions con un terzo posto di tutto rispetto. E invece fu contestato per aver perso uno scudetto che era possibile. Scudetto che è poi arrivato l'anno successivo "ripulendo" lo spogliatoio dalle scorie.
Dopo questa lunga premessa, veniamo a Francesco Calzona. Arrivato dopo l'esonero di Mazzarri, che a sua volta è arrivato dopo l'esonero di Garcia, il tecnico calabrese, storico vice di Sarri, non ha fatto bene (risultati, letture, cambi ecc. ecc.), ma nemmeno malissimo per "fortuna". Ha trovato il Napoli al nono posto e ora è decimo dietro al Torino, e cambia poco. Quel che fa male, però, più dei risultati, è la raccapricciante confessione in conferenza stampa dopo il pari di Firenze.
Queste le sue parole: "La mia gestione ha tenuto la squadra nella stessa posizione e mi prendo le responsabilità. Non dovrei essere l'unico. Non mi aspettavo tutti questi problemi, non mi aspettavo una catastrofe che non è solo in campo, ma generale. Non ho dovuto pensare solo al campo come sarebbe il mio lavoro, ma fare tante altre cose e nessuno mi ha detto niente. Forse ho sottovalutato la situazione perché non la conoscevo".
Parole che, anche se per ovvie ragioni non scendono in profondità e non svelano dettagli, fanno emergere un quadro raccapricciante di quello che oggi è lo spogliatoio del Napoli, ma non solo. Calzona parla di catastrofe generale, dunque lascia pensare anche ad una mancanza di ordine nel club per arginare e risolvere i problemi.
Tutti vorrebbero conoscere la verità anche non è difficile immaginarla. Come è stato possibile passare da un gruppo compatto e straordinariamente bello in campo e fuori che ha vinto uno scudetto e che è approdato ai quarti di Champions League ad un manipolo di "pirati" che è piombato nuovamente in un inferno simile a quello dell'ammutinamento di qualche anno fa? Al di là delle responsabilità del club e del presidente De Laurentiis che ormai sono note (più o meno tutte e per stessa ammissione del presidente, che ovviamente non può dire tutto), una domanda sorge spontanea: perché Calzona - che al di là degli errori commessi merita a prescindere rispetto e un ringraziamento per aver accettato la patata bollente (ma chi al posto suo non avrebbe colto la palla al balzo?) - non si è dimesso? Ai posteri l'ardua sentenza.
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